Speciale Mundial/Proiettile N.1. Due giganti della letteratura sportiva si confrontano al tavolo di un bar parlando di Brasile 2014, Italia, pronostici, sistemi massimi, minimi e panini autorizzati a entrare negli stadi. Illustrazione di Tafarno

Pippo Russo incontra Gianni Mura
10 Giu 2014

Una chiacchierata durata un tempo: 45 minuti più qualcosa di recupero. Passati a parlare del mondiale che sta per cominciare e del calcio che è. Al tavolo due giganti, per la prima volta ospitati da WNR. Da una parte Pippo Russo, che scrive per l’Unità, la Repubblica e stronca libri e scrittori per Panorama. Uno dei più interessanti commentatori calcistici, che non scade mai in discorsi da bar Sport. Dall’altra Gianni Mura, il migliore, un giornalista vecchia maniera, un cronista cresciuto alla scuola di quel genio di Brera. Chi legge di calcio è cresciuto con loro, e soprattutto leggendo due loro rubriche: Pallonate di Russo, su Il Manifesto, e Sette giorni di cattivi pensieri di Mura, ogni domenica su Repubblica. Questo è quello che si sono detti a uno dei bar della Stazione Centrale di Milano consumando un chinotto (Pippo Russo, scelta inusuale) e un caffé accompagnato da tre MS (Gianni Mura, come d’abitudine).

MURAVSRUSSO

[pullquote]Il popolo brasiliano, come quello messicano nel mondiale 86, ha capito che il calcio è sempre meno suo e sempre più delle multinazionali, degli sponsor, della Fifa, dei governi[/pullquote]

Pippo Russo – Partiamo da un assunto: ogni mondiale, giungendo a capo di un ciclo quadriennale che non è soltanto calcistico ma attraversa l’intera società globale, segna un punto di passaggio nella naturale evoluzione delle cose. Ma ci sono dei mondiali in particolare che tracciano delle linee di confine fra epoche. Brasile 2014 è uno di questi. Ci apprestiamo a vivere una manifestazione che in primo luogo si presenta come un evento globale segnato da problemi di ordine pubblico. Risulta che tra giugno del 2013 e aprile scorso i corpi di polizia statali abbiano fatto incetta di armi antisommossa: 270mila tra granate e proiettili di gas lacrimogeno o urticante, e 263mila proiettili di gomma. Se non è un assetto da guerra civile prossima ventura, poco ci manca. Si ha l’impressione insomma che questo sia un mondiale contro il popolo brasiliano. I costi dell’organizzazione sono esorbitanti e graveranno per anni su un’economia che ha da tempo terminato la fase espansiva. Pagherà il popolo brasiliano, che non può permettersi il costo dei biglietti. E se nel paese del futebol bailado il mondiale passa come una cosa aliena, ciò significa che un segno è stato oltrepassato in negativo.

Gianni Mura – Io credo che il popolo brasiliano, come era già accaduto al popolo messicano in occasione del mondiale 1986, abbia capito una cosa: che il calcio è sempre meno suo, e sempre più delle multinazionali, degli sponsor, della Fifa, e anche dei governi. Se torno indietro a tutte le edizioni dei mondiali che ho vissuto da inviato, dico che l’ultima edizione a misura d’uomo e di pubblico è stata quella di Spagna 1982. Già quattro anni dopo in Messico era tutto diverso: ritiri blindati, campi d’allenamento inaccessibili e in alcuni casi circondati dal filo spinato. Cose mai viste. Quel mondiale fu anche il primo mondiale in cui la televisione dettò i tempi dell’organizzazione, imponendo che la finale venisse disputata a mezzogiorno. I biglietti più popolari costavano quasi la metà del salario di un operaio messicano. E dunque i più esclusi dalla festa erano coloro che avrebbero voluto parteciparvi perché erano i più vicini. Poi magari, per chi ha visto quei mondiali in mondovisione è rimasto negli occhi lo spettacolo della ola, e dunque l’impressione che ci fosse un’atmosfera di festa. Invece per chi era lì l’atmosfera era tutta un’altra cosa. Si avvertiva una sensazione molto forte di disagio, e anche di esclusione sociale. Fu proprio in Messico che, per mantenere presentabile l’immagine di un mondiale, cominciarono a fare le retate preventive di mendicanti, mangiafuoco, prostitute.

PR – Sì, è proprio così.

GM –  Questo andazzo è peggiorato coi mondiali del 1994 negli Usa. Lì le procedure di sicurezza e controllo erano talmente accentuate da diventare in qualche caso ridicole: era vietato introdurre gli ombrelli negli impianti e i panini dovevano rispettare degli standard precisi nel formato e nel condimento, come se rischiassero di trasformarsi in armi improprie. In realtà i soli panini autorizzati erano quelli confezionati dagli sponsor, ma vabbe’. Anche i mondiali 2010 del Sud Africa sono stati un esempio di estrema distanza dalla popolazione locale. Quelli furono mondiali veramente brutti, al di là della cattiva qualità del gioco e della pessima figura rimediata dall’Italia.

[pullquote]Un pronostico realistico è che l’Italia arrivi ai quarti[/pullquote]

PR – Ecco, veniamo al calcio italiano e alla nazionale azzurra. Il calcio italiano arriva al mondiale in condizioni malconce, da ogni punto di vista. È un calcio che ha perso fascino, che continua a perdere competitività sia sul piano tecnico che su quello economico, che non perde occasione per proiettare all’estero un’immagine pessima a causa degli scandali sulle scommesse e per gli episodi di violenza da parte dei teppisti. E gli stadi si svuotano. In queste condizioni, cosa è lecito aspettarsi? E soprattutto, il calcio italiano si è davvero così impoverito oppure si tratta soltanto di una crisi contingente?

GM – Il calcio italiano si è indiscutibilmente impoverito. E secondo me si è impoverito soprattutto da un punto di vista etico, al di là del Codice che Prandelli vorrebbe far rispettare. E questo impoverimento etico colpisce tutti: calciatori, allenatori, dirigenti, pubblico. Quanto alla nazionale, non mi sembra una grandissima squadra. Vero è che si diceva lo stesso a proposito di quella che poi nel 2006 vinse il mondiale in Germania. Ma obiettivamente quella nazionale aveva dei calciatori di grande personalità, ciò che questa non mi pare possegga. Per esempio, quella era una squadra che vinse grazie a una difesa fortissima: in tutto il torneo subì soltanto due gol, che in realtà furono un autogol e un rigore. Se guardo alla nazionale che va in Brasile, non vedo proprio una difesa di quel livello. Nel gruppo che sta preparando i Mondiali vedo convocati dei difensori che quattro anni fa non sarebbero rientrati nella lista dei quaranta.

PR – Uno dei temi che emergono quando si parla di rappresentative nazionali è quello riguardante la corsa alle naturalizzazioni, e mi pare che su questo versante Cesare Prandelli e la federazione stiano eccedendo, regalando la maglia azzurra a calciatori stranieri di levatura appena discreta. Intendo dire: un conto è se la Spagna naturalizza il brasiliano Diego Costa, uno dei principali cannonieri della Liga. Si tratta di un calciatore che fa fare alla squadra il salto di qualità, e per quanto la manovra possa essere giudicata negativamente in termini morali ha un suo senso sul piano strumentale. In Italia invece vengono naturalizzati i Paletta e i Romulo. E questo è francamente desolante, perché se la scuola calcistica italiana è ridotta al punto da dover reclutare due calciatori di questo calibro, e se davvero non ci sono due italiani di valore almeno pari a Paletta e Romulo, vuol dire che siamo in situazione pre-fallimentare. Arrivo a domandarmi se non ci sia anche della pigrizia da parte del CT. Nel senso che anziché provare l’azzardo su un calciatore italiano preferisce la soluzione comoda ripiegando su calciatori stranieri naturalizzabili e capaci di garantire un rendimento medio ma assicurato.

GM – Io non credo che Prandelli sia pigro. Credo piuttosto che la mossa di chiamare Paletta e Romulo sia dettata dalla disperazione. Del resto, se si pensa che uno dei naturalizzati è Thiago Motta, ci si fa un’idea. Qualche mese fa parlai con Luisito Suarez, che mi disse: “Dicevano di noi che eravamo lenti. Ma se al giorno d’oggi gioca nella vostra nazionale Thiago Motta, allora datela a me una maglia che alla mia bella età posso ancora fare una buona figura”. Purtroppo la situazione è questa. Non riusciamo a avere un centrocampista italiano di quelle caratteristiche. Purtroppo Prandelli deve fare i conti con quello che il campionato gli offre. Per dire: una delle due squadre di Milano mette in campo un solo italiano, quando lo fa, e parlo di Ranocchia. Nell’altra squadra di Milano, di italiani, giocano Balotelli, Abate, Di Sciglio, Montolivo, e il Ct li ha chiamati praticamente tutti. E poi c’è il deserto. Adesso la nazionale deve attingere a club seconda fascia come il Torino, il Parma, o il Verona.

PR – Ma questo significa che la scuola italiana è in crisi profonda. Abbiamo perso i difensori, che un tempo erano il punto più forte della nostra tradizione calcistica. Importiamo addirittura portieri dal Brasile, ciò che una ventina di anni fa sarebbe stata vista come un’eresia…

[pullquote]Nel gruppo che sta preparando i Mondiali vedo convocati dei difensori che quattro anni fa non sarebbero rientrati nella lista dei 40[/pullquote]

GM – Basta guardare ai ruoli della difesa. E si fa l’eccezione della Juventus, che ha una difesa tutta italiana e infatti Prandelli li ha presi tutti con sé, tutte le altre squadre di prima fascia schierano difensori stranieri. La Roma, rivelazione del campionato, allinea quattro stranieri. Il Napoli schiera in difesa tre stranieri. La Fiorentina ha tutta una difesa straniera tranne Pasqual, che per di più non è un difensore puro. Vai ancora più giù e scopri che l’Udinese, tranne Domizzi, ha una difesa tutta straniera.

PR – Un tema che torna di moda alla vigilia di ogni mondiale è quello che riguarda il calcio africano e la sua definitiva esplosione. C’era un momento in cui pareva che fosse molto vicino il momento in cui una nazionale africana potesse arrivare fino in fondo, e che il “mondiale prossimo” dovesse essere quello del salto di qualità definitivo, e invece quel momento non è mai arrivato. Anzi, le ultime edizioni parlano di una crescita che si è arrestata e dei quarti di finale come linea di confine estrema oltre la quale le rappresentative africane non riescono proprio a andare.

GM – Sì, il momento più alto rimane purtroppo quello del Camerun che sfiora la semifinale di Italia 90 nella partita contro l’Inghilterra. E io temo che il momento del salto di qualità definitivo non arriverà mai perché ogni nazionale africana, anche la più competitiva, ha alle spalle delle situazioni di inefficienza e illegalità spaventose. Ricordo che ai tempi in cui George Weah giocava per la Liberia era lui a pagare le spese per le trasferte della nazionale, perché nelle casse della federazione non c’era un soldo. E questo caso non è isolato. Inoltre per i paesi organizzatori sono le tifoserie dei paesi ricchi a costituire un affare. E in questo senso le nazionali africane, per gli organizzatori, continuano a essere poco appetibili. Per esempio, ricordo durante i mondiali di Italia 90 le lamentele degli organizzatori locali a Bari perché a loro era toccato ospitare le partite di tre nazionali che non facevano cassetta. Era il girone dell’Argentina, che essendo testa di serie giocava le proprie partite a Napoli; a Bari invece erano ospitate le altre partite del girone, quelle in cui si incontravano Camerun, Romania e Russia. Tre tifoserie poco numerose e non granché disposte a spendere, al contrario degli spagnoli, degli irlandesi e dei tedeschi che invece erano molto ambìti perché spendevano parecchio. È stato per evitare il ripetersi di situazioni come questa che adesso i mondiali sono delle manifestazioni itineranti, nel senso che non vengono date delle sedi fisse alle nazionali e si fa in modo che ruotino fra le città più disparate. Così a ciascuna tocca almeno una volta una nazionale con un seguito di tifosi economicamente rilevante. Questo cambiamento è dovuto a ragioni economiche, ma per le squadre è stato un danno dal punto di vista logistico. Un conto è fermarsi 15 giorni in una sede e poter programmare la preparazione in condizioni di stabilità: stesso albergo, stesso clima, stesso campo d’allenamento, Altra cosa è doversi spostare continuamente, e fare il giro del Brasile per raggiungere le sedi più disparate in cui giocare. E tutto questo alle squadre è imposto, non è che lo si possa star a discutere.

PR – Il calcio africano, però, ha un altro limite, oltre a quello economico, ed è di carattere culturale. Per come la vedo io, in nessun altro campo come in quello calcistico si può vedere quanto l’Africa stenti a liberarsi della tara colonialista. E questo lo si nota dal fatto che le nazionali africane continuino  affidarsi quasi esclusivamente a commissari tecnici europei o sudamericani. Per questo dico che fino a quando l’Africa non si sarà dotata di un’ampia e solida scuola di tencici africani non oltrepasserà mai la soglia decisiva. Contunierà a produrre ottimi calciatori ma non nazionali vincenti.

GM – Vero, anche se va detto che negli ultimi tempi le cose stanno cambiando. Ricordo che fino agli anni Novanta si verificavano delle situazioni assurde, con allenatori provenienti dalla DDR o dall’Unione Sovietica che adottavano preparazioni atletiche e metodi da caserma con giocatori che per mentalità erano lontanissimi dal recepirli. Qualche buon tecnico africano c’è stato. Penso a Stephen Keshi della Nigeria o Sabri Lamouchi che pur tra mille difficoltà sta guidando bene la Costa D’Avorio. Ma al di là delle eccezioni sono d’accordo su questo aspetto della colonizzazione persistente, anche perché esso si trasforma in una colonizzazione tecnica. Perché a una squadra africana non puoi chiedere di “giocare troppo” o di scimmiottare lo stile di gioco di una squadra europea. E poi può darsi che ci sia anche un discorso di sazietà, nel senso che quando una squadra africana supera il primo turno dei mondiali si sente già abbastanza appagata.

[pullquote]Secondo me la migliore carta che ha a disposizione la nazionale italiana è quella di esordire contro una squadra allenata da Roy Hogdson. Raramente ne azzecca una[/pullquote]

PR – Spostiamo l’ottica sul Sud America. In tempi recenti le due nazionali leader del calcio sudamericano, Argentina e Brasile, hanno mancato la prova. E non soltanto ai mondiali, ma persino in Coppa America. Negli ultimi due mondiali Argentina e Brasile non sono riuscite a approdare alle semifinali, a Sudafrica 2010 approdò in semifinale l’Uruguay per poi chiudere al quarto posto.  Non mi pare che il dato possa essere sottovalutato. Penso che il Sud America continui a produrre ottimi calciatori. Aggiungo che molti di questi giocatori considerati ottimi sono anche parecchio sopravvalutati. Penso soprattutto a Neymar, che mi pare soprattutto un’incona da marketing e comunicazione pubblicitaria e soltanto in via secondaria un calciatore. E non è un caso che, di recente, lo stesso Neymar abbia voluto porsi a paragone con David Beckham per dire che lui, al contrario dell’inglese, non è un calciatore metrosexual. Come se fosse questo l’elemento essenziale della sua figura pubblica, anziché le sue capacità agonistiche.

GM – Sono perfettamente d’accordo su Neymar. È uno di quelli che io definisco “calciattori”, un fenomeno tenuto su dai mass media. E non mi piace non soltanto per questo motivo, ma anche perché è uno dei più grandi simulatori in circolazione. In genere i falli brutti li fa lui, non li subisce. Per quanto riguarda Brasile e Argentina, non li metto tra i favoriti. In particolar modo il Brasile, che ha i favori del pronostico perché gioca in casa oltre a essere una nazionale forte, non lo vedo vincente. Penso che possa esserci una sorpresa e che a vincere sia un’europea. Semmai, c’è un elemento che sfugge al mio pronostico e che non sono in grado di valutare perché non sono mai stato in Brasile. Ci sono delle rilevanti differenze di clima e di temperatura fra una zona e l’altra, e da questo punto di vista le diverse condizioni ambientali che ciascuna squadra affronterà nel corso del suo cammino potrebbero essere decisive. Peraltro, immagino delle condizioni in cui si debba giocare in condizioni d’elevata umidità; e a quel punto non saprei se siano favorite le squadre dotate di maggiori risorse atletiche e dunque capaci di resistere alle condizioni atmosferiche, o se si trovino più a proprio agio le squadre tecniche capaci di far sfiancare l’avversario attraverso la circolazione della palla. Tornando al Brasile, per la prima volta nella sua storia è più raccomandabile per la difesa che per il centrocampo e l’attacco. Anche perché mancano gli attaccanti con caratteristiche tipicamente brasiliane. Guardo a Fred e a Hulk, e penso che avrebbero potuto essere due attaccanti sovietici. Non sono giocolieri ma pompieroni. E se poi guardo all’Argentina, constato che come punto di forza dovrebbe avere Messi. Su cui qualche dubbio è lecito, anche dando per buono che la sua ultima ragione sia stata grigia perché lui abbia voluto risparmiarsi in vista del mondiale. In nazionale non ha mai fatto le prestazioni che ha fatto al Barcellona. Magari questo è dovuto al fatto che il tipo di gioco fra le due squadre è diverso, ma resta un dato di fatto. Siamo portati a dare automaticamente come favoriti il Brasile e l’Argentina, ma ci sono altre squadre di cui si parla meno e che invece potrebbero fare la loro parte. Penso al Belgio, che è una squadra ricca di talenti. Primo fra tutti quel Mertens del Napoli che è arrivato in Italia e non ha avuto bisogno d’ambientamento. Si parla poco della Francia. C’è sempre la Spagna, e sono curioso di vedere cosa riuscirà a tirar fuori Capello dalla Russia. Anche l’Uruguay è una squadra temibile.

PR – E poi c’è l’Inghilterra, eterna incompiuta…

GM – Secondo me la migliore carta che ha a disposizione la nazionale italiana è quella di esordire contro una squadra allenata da Roy Hogdson. Raramente ne azzecca una. E siccome in una competizione breve come il mondiale vincere la prima è fondamentale, ecco che vincere la prima significherebbe compiere un passo deciso.

PR – Sai che uno degli aspetti del calcio globale attuale che mi stanno particolarmente a cuore è quello dell’economia parallela. Cioè l’invasione dei fondi d’investimento nel calcio, la diffusione della “proprietà di terze parti” sui giocatori, e in generale una finanziarizzazione che inietta soldi nel calcio non per far sviluppare il movimento ma per far fruttare i soldi stessi e riportarli fuori. Il colonnello Blatter si approssima a essere rieletto presidente della Fifa, nonostante fino a qualche tempo fa avesse assicurato che quello in corso fosse il suo ultimo mandato. Solo che stavolta il gioco è davvero pericoloso perché lui è favorevole ad attori che influenzeranno il calcio sul piano finanziario e finiranno per impossessarsene.

[pullquote]Nel calcio mondiale Blatter è l’equivalente di Andreotti nella politica italiana[/pullquote]

GM – Paradossalmente, andando avanti di questo passo sarà molto più conveniente essere un fondo d’investimento che un club. Al club rimarrebbero soltanto gli oneri. Perché anche se sei un grosso club, in una situazione del genere finisci comunque per essere spossessato. Sia della propria autonomia come azienda, sia della possibilità di lucrare su ciò che produci.

PR – Su questo tema si registra in Italia un’assenza di dibattito, con gravi omissioni da parte della stampa sportiva. Specie quella che si occupa di calciomercato.

GM – Su temi come questo si misura quanto sia cambiato il mestiere del giornalista sportivo oggi. Per occuparsene bisogna essere degli esperti di economia e finanza, cioè qualcosa che al giornalista sportivo di un tempo non era richiesta. In teoria, e lo dico sorridendo da giornalista pensionato, un giornalista dovrebbe avere una laurea in economia, o anche una seconda in Scienze Motorie, e non sarebbe male nemmeno qualche spruzzatina di conoscenza di chimica, vista la frequenza con cui si deve maneggiare l’argomento doping. È difficile trovare colleghi che abbiano questi requisiti. Io non li ho di sicuro. Sono riuscito a capire qualcosa di banche, e quel poco che ci ho capito non mi piace per niente.

PR – C’è anche un problema di equilibrio di poteri nel calcio mondiale. Un equilibrio che vede sempre più in difficoltà l’Uefa guidata da Michel Platini, che dal canto suo ha messo in campo delle idee e delle azioni condivisibili ma per realizzare tutto questo si è messo contro i soggetti più potenti del calcio globale. Che ora trovano in Blatter una sponda.

GM – Nel calcio mondiale Blatter è l’equivalente che Andreotti è stato nella politica italiana. E comunque, al di là di Blatter o non Blatter, temo il problema sia quello di un sistema di potere. Intendo dire che alla presidenza della Fifa non eleggeranno mai Platini o uno come Platini. Perché lui sta cercando di salvare quel poco che ancora si può salvare. E invece il sistema è sbilanciato verso il rapporto privilegiato coi poteri economici. Per questo sono convinto che, quando all’età di 118 anni Blatter deciderà di ritirarsi, alla presidenza della Fifa eleggeranno un simil-Blatter.

[pullquote]Molti dei giocatori sudamericani considerati ottimi sono sopravvalutati. Penso a Neymar, un’icona di marketing e soltanto in via secondaria un calciatore[/pullquote]

PR – A questo punto dobbiamo giocarci la camicia con i pronistici. Proviamo a ipotizzare come andrà l’Italia e chi vincerà il mondiale.

GM – Per quanto riguarda l’Italia, un pronostico realistico è che arrivi ai quarti.

PR – Sono parzialmente d’accordo. Nel senso che non vedo l’Italia oltre i quarti, e che per quanto mi riguarda potrebbe fermarsi anche prima.

GM – Spesso l’Italia ha delle partenze stentate e poi cresce. E magari succede anche stavolta, ma in questo caso non vedo una squadra. Soprattutto non vedo l’attacco. Mi risulta difficile vedere Balotelli calato dentro un gioco di squadra. Per quanto riguarda la favorita, mi piacerebbe dire Belgio ma credo siano troppo inesperti. Dico Spagna, che farà il canto del cigno. Non vedo il Brasile, anche se pare che bisogni pronosticarlo d’ufficio.

PR – Dovessi limitarmi all’aspetto tecnico, direi Germania. Ma un Brasile che si gioca il mondiale in casa è in una condizione molto agevolata. Potrebbe farcela.

Pippo Russo

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