L’acqua costa più della birra, lo spaziotempo è una bugia, sono tutti musicisti. Questo è il Burkina Faso, questo è un canto di amore per una terra rossa e selvaggia, che non dimentica i suoi eroi veri, come Thomas Sankara. Requiem africano aspettando un aereo.

Burkina Faso: la terra di Sankara
15 Dic 2015

Sono seduto sul pavimento di un terrazzo d’albergo nella periferia di Ouagadogou, la capitale del Burkina Faso. L’albergo è una costruzione fatiscente sommersa dal cemento, dalla terra rossa e da immondizia secolare. Di tanto in tanto lo sguardo si posa su qualche baobab in lontananza. A poca distanza dall’albergo, un gruppo di bambini sniffa colla. È la stagione delle piogge. Il clima è mite. Il cielo plumbeo. Pioverà, mi dicono. Il mio aereo partirà fra circa sette ore, diretto verso Algeri.

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Mi ripeto che tutto andrà per il meglio, ma gli apparecchi della Air Algerie non mi sono sembrati molto adatti al volo. Assomigliano più a dei tubetti di dentifricio con attaccate delle ali che a dei veri e propri aerei. Nel viaggio di andata, due settimane fa, un black-out elettrico ha ritardato la partenza di circa due ore proprio a ridosso della fase di rullaggio. Due ore che mi sono sembrate eterne. Due ore fermo, immobile, sudato all’inverosimile. Poi il decollo, qualche scossone intenso, altre quattro ore di volo e l’atterraggio sulla piccola pista dell’aeroporto della capitale che, per quanto ne so io, altro non è che una minuscola gettata di cemento su un’enorme distesa di arenaria rossa.  Al mio arrivo era buio. E sarà buio anche fra sette ore. Bevo una Brakina, la birra nazionale. Una sorta di Peroni burkinabé, ma più dolce e delicata. Ne ho bevuta più dell’acqua. L’acqua qui ha un costo tre volte maggiore della birra. E ne capisco anche il motivo.

[pullquote]Qui da questa parte del mondo il tempo sembra dilatarsi all’infinito. Un minuto può durare un’ora e un’ora può durare un’eternità, se non si ha alcuna fretta. L’attesa è riposo, pensiero, silenzio[/pullquote]

Honoré, il nostro amico, fervente cristiano, scende da basso per andare a comprare altra birra da offrirci. Per ingannare l’attesa è l’unica cosa che si può fare, oltre a scrivere o leggere un libro. Questo omone alto due metri, magrissimo, dagli occhi intensi e le movenze delicate, indossa un paio di cuffie collegate a una piccola radio a batterie. Da lì ascolta sermoni e preghiere e letture dal vangelo o dalla bibbia. E se proprio deve parlarti, lo fa senza perdersi una sola parola di quello che arriva nel suo auricolare. Di tanto in tanto si ferma a guardare il cielo, poi continua a girovagare per la veranda, in cerca di chissà quale risposta. Lo conosco da quindici giorni e in quindici giorni ha sempre indossato queste cuffiette. “Saint Jean”, mi chiama. Io lo chiamo “Saint Honoré”, specificandogli che ha lo stesso nome di un dolce. Lui ride, affabile, ma si vede che è da tutt’altra parte. Arriva la seconda Brakina. I vuoti sono a rendere.

Ho un leggero mal di gola, dovuto alle temperature non miti di questa stagione. Per quindici giorni ho dormito in un piccolo appartamento infestato da zanzare, gechi, topi e una quantità esorbitante di altri insetti a me sconosciuti, senza vetri alle finestre, ma con una splendida veranda e uno splendido giardino. Mi sono nutrito di marmellata di mango, baguette appena sfornate, bistecche, pollo, riso e patatine fritte. Il mio stomaco si è adattato perfettamente. Ho assistito a un parto in diretta, mentre fuori imperversava una tempesta tropicale e l’aria si faceva più rarefatta e il buio ingoiava qualsiasi cosa si trovasse a meno di un metro. L’orizzonte si dipanava in una miriade di granelli di notte e le stelle si nascondevano.

Burkina Faso, la terra degli uomini integri. Il fantasma di Thomas Sankara se la ride. Un leader marxista ucciso dal suo braccio destro, interruzione violenta di quel processo di trasformazione sociale e culturale che Sankara aveva a cuore, per sé, per il suo paese, per l’Africa intera. Riforme strutturali mai viste a queste latitudini semiequatoriali: sanità, scuola pubblica, cultura. Si dice che andasse in giro con una Renault 5 distrutta e che, da qualche parte, la si possa ancora ammirare, fiera del suo trascorso militante. Si dice che Sankara fosse un ottimo musicista. Ma qui chi non lo è? In quindici giorni ho avuto il piacere di suonare su strumenti di fortuna con tante di quelle persone che fatico a ricordarne i nomi e le fisionomie.

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Come da “Chez Maxime”, il locale all’aperto di un ragazzotto snello e atletico, sorridente e simpatico, nel centro di Bobo Dioulasso. Lì c’è musica praticamente per tutta la notte. La strumentazione consiste in qualche amplificatore a transistor di sconosciuta provenienza, un impianto audio gracchiante dal fuzz naturale ed una batteria tenuta insieme da delle corde e suonata con delle bacchette che, in realtà, non sono altro che dei rami di albero. Ho suonato con la band resident di questo locale una versione di Red House di Jimi Hendrix cantata completamente in dioula, la lingua del posto. Ho avuto come la sensazione che un secolo di musica nera si dipanasse dentro le mie orecchie sotto forma di slow blues, incanto e zanzare. Bobo-Dioulasso. La seconda città del Burkina Faso, per numero di abitanti. In pratica, la periferia del mondo. Qui Sankara viene nominato sempre a bassa voce, non so se per estremo rispetto o per fondata paura. Ma tant’è che quando qualcuno ne parla, gli occhi iniziano a brillare e la voce si fa più flebile.

A Bobo ho assistito alla semifinale di Euro 2012 tra Italia e Germania. Mi sono ubriacato mentre cercavo di vedere la partita su di un televisore a tubo catodico con le dominanti rosa. Ho mangiato una zuppa di piselli e patatine fritte. La sera andavo a dormire molto tardi e l’indomani venivo svegliato dalla luce del piccolo orizzonte equatoriale che scorgevo dalla finestra della mia stanza. Facevo colazione mentre attendevo che arrivasse Hmadu, l’autista che mi ha sempre accompagnato in queste due settimane. Un uomo piccolo e taciturno. Il tempo di finire la colazione e lavarsi i denti e si era già dentro l’abitacolo diretti verso ovest, verso il villaggio di Darsalamy o Pala, stipati in un pick-up Peugeot 504 tenuto insieme da sputo e spiritosanto.  A queste latitudini sono tutti degli ottimi meccanici.

[pullquote]Il fantasma di Thomas Sankara se la ride. Un leader marxista ucciso dal suo braccio destro, interruzione violenta di quel processo di trasformazione sociale e culturale che Sankara aveva a cuore, per sé, per il suo paese, per l’Africa intera[/pullquote]

Darsalamy. Un piccolo regno a maggioranza musulmana, immerso nella terra rossa arsa dal sole, tra casupole di mattoni e angoli di paradiso. Un mercato settimanale, poco più in là, a ridosso della lingua d’asfalto che collega il Burkina Faso alla Costa D’Avorio. Una specie di piazza, enorme, circondata da alberi e bambini. Bambini ovunque. Pala, invece, è un villaggio a maggioranza cristiana ed animista. La condizione di povertà dei suoi abitanti è resa più drammatica dalla pressoché totale carenza di acqua e dalla sua evidente lontananza dalla principale via di comunicazione. Il villaggio nasce e si sviluppa a circa cinque chilometri dalla Route n.10. Per arrivarci si percorre una strada di fango che, specie in questa stagione, è impraticabile.

Qui ho assistito a un funerale di un membro anziano, una sorta di festa in maschera dove le maschere prendono a frustate nel sedere i parenti del defunto con dei piccoli ma fatali ramoscelli, tenuti insieme da corde spessissime. Tuttavia la nutrita schiera di parenti, per evitare il dolore dei colpi rituali, imbottiscono preventivamente il loro sedere con dei cuscini, sicché vedi queste creature dal culo enorme aggirarsi per il villaggio, sperando sempre di non incappare in una di queste maschere oscure e macabre. Dei poderosi colpi di fucile sanciscono, poi, la fine del rituale funebre e l’inizio delle danze.

La struttura gerarchica di ogni villaggio è tutta incentrata sul rispetto per l’anzianità. Il capo villaggio è il membro più anziano, direttamente seguito dal Consiglio, una sorta di Parlamento ristretto, che si riunisce all’ombra dell’albero più grande del villaggio e analizza le varie questioni inerenti la vita di tutti i giorni. Le decisioni, tuttavia, vengono prese assieme, in una sorta di democrazia sub-equatoriale sconosciuta al mondo occidentale. A Darsalamy ho mangiato il pollo più squisito della mia vita, ho tentato di trasportare un secchio colorato colmo d’acqua con la testa, non riuscendoci, mentre signore vecchie di tre secoli lo facevano senza particolari difficoltà, come se fosse la cosa più semplice di questo mondo.

A Pala ho anche bevuto un bel po’ di birra di miglio a temperatura ambiente, bevanda che assomiglia molto a qualcosa a metà tra piscio e piscio gassato. Poi ho atteso quasi una vita intera che il capo villaggio mi ricevesse e mi desse il permesso di scattare alcune foto. Ho visto il tramonto da sopra un carretto trainato da un asino, rischiando di cadere e finire sotto le sue ruote in almeno un paio di occasioni. Ho bevuto il tè alla maniera dei tuareg, seguendone con gli occhi il rituale. Si beve tre volte: il primo bicchiere è amaro, come la morte, si dice; il secondo è dolce, come la vita; il terzo è soave, come l’amore. Il tè lo si offre in segno di ospitalità e va bevuto facendo rumore, succhiandolo. Lo abbiamo bevuto tutti dallo stesso bicchiere, tutti per tre volte. Alcuni uomini si son messi a giocare ad Awalè, una specie di gioco da tavola dalle regole oscure.

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Sono rimasto a guardare per quasi un’ora, senza capire minimamente il significato delle loro mosse. Qui da questa parte del mondo il tempo sembra dilatarsi all’infinito. Un minuto può durare un’ora ed un’ora può durare un’eternità, se non si ha alcuna fretta. L’attesa è riposo, pensiero, silenzio. Ora che sono qui, nascosto nella mia maschera di insignificante uomo bianco, ad aspettare di tornare a casa, ho la sensazione che la vita riprenda a scorrere dal punto esatto in cui, due settimane fa, si era fermata.

Così mi immergo nell’abbraccio di questo scorcio di paradiso, rosso e acre, per l’ultima volta. In Burkina Faso ho scoperto la plesanterie, una tradizione secolare basata sul gioco e sullo scherzo, un rimedio democratico per risolvere le differenze fra etnie. Ogni etnia, infatti, ha due etnie “gemelle”, con cui può attuare queste plesanterie, un intrico di insulti e scherzi, a volte anche pesanti. Gli eventuali conflitti che possono generarsi da questa antica pratica devono risolversi, per forza di cosa, all’interno dello schema della plesanterie, sempre fra etnie “gemelle” e sempre attraverso lo scherzo.

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Non ho mai chiesto ad Honorè se, da fervente cristiano qual è, ha mai utilizzato questa pratica. Non ce lo vedo insultare un suo “gemello”. Dal buio della grata che separa la veranda dalle scale, lo vedo spuntare ancora, con quei suoi occhi neri, in cui, per quel che ne so, può nascondersi l’intero universo. Ha in mano l’ultima birra. Me la porge e io faccio saltare il tappo con l’accendino. Ci salutiamo. Lui andrà a dormire. Io, invece, non dormirò fino a domani. Ho un tubetto di dentifricio con le ali da prendere.

Giovanni Paolone

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