Il discorso al TEDxDarsena del 2018. Sul bene e sui suoi confini. Iniziando da Alex Zanardi e da un padre che piangeva di felicità, continuando con Valentino Rossi e un bambino che grazie a una speranza ha vissuto di più, fino ad arrivare a chi lotta, contro i medici, contro chi dice che qualcosa non può succedere. Il prossimo TEDxDarsena è il 25 maggio 2019, su etica e tecnologia. Ci vediamo lì

‘cendi la luce
18 Mag 2019

Quando mi hanno proposto di presentare questo Tedx (qui le info sul prossimo del 25 maggio) ho pensato al bene e se penso al bene penso alla luce. Nei momenti più difficili, nei momenti più dolorosi perseguire la strada del bene sembra fottutamente impossibile e invece è indispensabile. E se penso al bene e penso alla luce mi vengono in mente una serie di momenti. Momenti e qualche racconto.

Martin Parr

Adesso faccio il brand manager di due siti, Moto.it e AutoMoto.it, ma qualche anno fa facevo principalmente interviste per riviste. E proprio qualche anno fa intervistai Alex Zanardi, l’unica intervista in cui a un certo punto mi sono ritrovato a piangere. Mi raccontò che un giorno arrivò in ospedale e vide il padre di un bambino senza gambe dalla nascita, un signore che incontrava spesso e che ormai conosceva. Questo signore, questo padre, era in sala di aspetto che piangeva, piangeva tantissimo. Alex si preoccupò, gli chiese cosa fosse successo, si aspettava il peggio. E il padre di quel bambino gli disse che quel giorno i dottori avevano messo le protesi a suo figlio, finalmente, e il dottore, finito l’intervento, gli domandò: e le scarpe? Il padre non ce l’aveva. Se l’era dimenticate. E allora era corso a prendergliele e prima di rientrare dai dottori e da suo figlio si era fermato lì. Nella sala d’aspetto. Alzò le scarpe al cielo e disse ad Alex: guarda, le prime scarpe di mio figlio. Quel padre non era disperato, piangeva, ma piangeva di felicità. Per chi come me ha una figlia o un figlio disabile queste piccole cose sono come la luce in fondo a un buio che puntualmente viene a farci visita. A questo serve il bene, a fornirci una luce.

[pullquote] A questo serve il bene, a fornirci una luce [/pullquote]

Vi racconto anche questa. Ultimamente sono stato a Tavullia. Tavullia è il paese di Valentino Rossi. E tra le tante persone con cui ho parlato c’è stato anche Fulvio Fratesi, uno dei responsabili del fan club. Che mi ha detto: «Prima, se si avvicinava un bambino che stava male, noi facevamo finta di non vedere, cercavamo di evitare, te lo dico molto sinceramente». Magari non è per cattiveria, è che il dolore distrae, ti fa pensare a cose brutte, e uno che deve dedicare così tante energie per un obiettivo preciso, come quello di vincere un mondiale, magari ad alcune cose non ci vuole proprio pensare. Però poi è accaduta una cosa. Anno 2008. «Una cosa che ci ha illuminati» dice Fratesi, e che a tutti loro, Valentino e i suoi amici, ha fatto dire: Vale tu questa cosa la devi fare. Il fan club era stato contattato da un centro per la cura di tumori di Milano. E qui c’era un bambino malato, Riccardo, tifosissimo di Vale. Quando sono andati, un mese dopo la chiamata, Riccardo stava malissimo, rifiutava le cure, tanto che gli avevano dato venti giorni di vita. A Fratesi è venuto in mente di dire a questo bambino che aveva parlato con Vale e che Vale, alla prima vittoria, gli avrebbe portato la coppa. Però le gare sono strane, e anche se sei il più forte di tutti, anche se sei Valentino Rossi, magari capita che per un po’ non vinci. E da quel giorno alla prima vittoria di Vale passano due mesi e mezzo. Dopo quella vittoria nessuno ha il coraggio di telefonare a Riccardo. A un certo punto Fulvio, tormentato, lo chiama. E Riccardo c’era ancora! Quindi si organizzano, vanno su con la coppa con un videomessaggio di Vale che diceva: «Ciao Ricky, mi raccomando, se conquisto il Mondiale, tutto quello che vinco te lo portiamo». Era sempre un modo per stimolarlo ulteriormente, perché il campionato di MotoGP era appena iniziato. Ma con quelle parole, e con quel videomessaggio, Riccardo ha intravisto un po’ di luce. Quell’anno Vale è di parola: il Mondiale lo vince davvero, in Giappone, sette mesi e mezzo dopo dalla prima volta in cui Fulvio era andato da Riccardo. Telefonano a Ricky, tra i dubbi e le paure di non trovarlo, e invece Ricky c’è ancora e mantengono la promessa, portandogli tutto quello che era stato dato a Valentino. Ricky era intubato con un sorriso gigantesco. E vedere lui, e vedere anche i genitori, che sei mesi prima erano demoliti e invece adesso erano sereni perché Riccardo aveva raggiunto l’obiettivo della sua vita, è stato indescrivibile. Così mi ha detto Fulvio. Indescrivibile. Sarebbe morto lo stesso, certo, ma felice. Sono rimasti lì mezza giornata perché lui, malgrado tutto, parlava, era attivo, e prima di andar via li ha chiamati e ha dato loro un foglio: “Questo è per Vale, è un regalo per lui per quando non ci sarò più”. Aveva disegnato la sua manina. Due giorni dopo Ricky è morto. Adesso quella manina è in una delle maglie del fan club e Valentino l’ha fatta mettere sul suo sottotuta, altezza cuore. Mi ha detto Fulvio, alla fine di questa storia:  se abbiamo la possibilità, con poco, di rendere felice una persona e non lo facciamo, allora significa che non abbiamo capito niente.

[pullquote]Lo diceva Tolstoj: chi è felice ha ragione. E per essere felici c’è solo un modo, qualsiasi cosa ci accada: per essere felici BISOGNA VIVERE felici[/pullquote]

Il bene è un principio ispiratore, nell’etica d’impresa come nella vita di tutti i giorni. Il bene è generatore di valore economico, come sentimento antitetico alla violenza e alla volgarità. Su questo palco (qui tanti interventi) parlerà il professore Gianmarco Veruggio, che ci racconterà di etica applicata alla robotica, di un futuro che si prospetta pieno di robot e di intelligenze artificiali, positivo sotto tanti aspetti ma anche problematico per le conseguenze sociali (molti lavori spariranno e ne nasceranno di nuovi) ed etiche (robot e IA potranno trovarsi di fronte a scelte anche di vita o morte). Un futuro dove sarà fondamentale fare affidamento non solo all’intelligenza cognitiva ma soprattutto all’intelligenza emotiva. Parlerà Massimo Rocco che con il suo lavoro in Libera Terra cerca di fare vedere una luce a un territorio che in alcuni momenti di luce ne ha vista ben poca, pur avendo un sole fantastico, la Sicilia.

Il messaggio è che anche dove c’è il male più radicato con l’impegno si può riaffermare il bene. Parlerà Monica Bormetti, che ci parlerà di creatività da trovare nella noia, lontano dalla tecnologia. E parlerà Vanni Oddera, con la sua mototerapia. Una volta chiesi a una dottoressa: ma posso portare mia figlia disabile in moto? Lei mi rispose: nooooo. Lui invece porta bambini disabili in moto, lo fa, se n’è fregato dei medici e regala emozioni in faccia ai disabili. Uno di loro dopo essere stato in moto ha commentato: che bello sentire il vento anche quando non c’è. E questa cosa cos’è se non felicità? Poi ci saranno due video. Il primo dello psichiatra Robert Waldinger che ci spiega una ricerca durata un secolo che dimostra che la felicità non la fanno fama e successo ma le relazioni sociali sane, la felicità la fanno le persone che scegliamo di avere accanto. Il secondo è dell’attivista e fundraiser Dan Pallotta e pone una domanda: perché se un’azienda di abbigliamento fa profitti è tutto ok, se invece li fa un’associazione benefica viene guardata con sospetto? Scopriremo che il motivo è tutto culturale.

[pullquote]Se abbiamo la possibilità, con poco, di rendere felice una persona e non lo facciamo, allora significa che non abbiamo capito niente[/pullquote]

 A proposito di associazioni benefiche, la presidente dell’associazione Bambini Cri du Chat, la sindrome di mia figlia, ha vissuto questo episodio. I bambini Cri du Chat, Pianto di gatto in francese, parlano male, difficilmente, molto difficilmente riescono a dire una frase composta di soggetto, verbo, complemento. E lei, dopo anni di cure, intense e alternative, di lotte contro chi gli diceva che suo figlio non avrebbe mai parlato, una notte si è svegliata perché suo figlio Timmy diceva qualcosa che non capiva. E quando ha capito, ha capito che stava dicendo la sua prima frase composta e questa frase era: mamma, ‘cendi luce. Mamma, accendi la luce.

Ecco, qui oggi si dirà che la felicità non è mai un fine, è un approccio, un modo di affrontare le cose. E il bene è coraggio. Il bene trasmette felicità. Il bene trasmette una luce. Perché, vedete, alla fine l’importante è essere felici. Lo diceva Tolstoj: chi è felice ha ragione. E per essere felici c’è solo un modo, qualsiasi cosa ci accada: per essere felici BISOGNA VIVERE felici. E per vivere felici fare del bene è caratteristica essenziale. Non fidiamoci di chi dice che a fare del bene si sbaglia, che alla fine si resta fregati. Se anche fosse vero mi auguro, vi auguro, di SBAGLIARE IL PIU’ POSSIBILE.

E adesso, accendiamo le luci.

@moreneria

Condividi

Tag

Leggi anche