L’adolescenza non è un periodo migliore, è solo un periodo lontano. Come tutto ciò che è ricordo non puoi che buttare giù un amo e tirarne fuori impressioni. Peschi nella rete della memoria tra i cocci tuoi e delle tue vite precendenti. Io ci trovo il mio sguardo basso che fissava gli schizzi delle pozzanghere e le scarpe che solcavano i marciapiedi, l’odore della pioggia a novembre e dell’erba bagnata, il profumo del lucidalabbra alla frutta delle ragazze e i miei sguardi trionfali nello specchio. Avrei voluto un gran funerale in cui tutti ascoltavano una lista di canzoni scelte da me e pensandomi dicevano quanto gli mancavo, e poi avrei voluto premere il tasto Pause e tornare in mezzo a tutti ripremendo Play a patto che loro avessero perso la memoria di quell’evento e gli fosse rimasto soltanto la voglia di stare con me. Jenny era una ragazza molto diversa dalle altre, sembrava sempre nel suo mondo ed era stramba, come se le battute non la facessero ridere o ridere non le interessasse, ma era serena, felice. Non avevo una cotta per lei ma intuivo che ne sapeva molto più di me su tutto e così cominciai a parlarle a ricreazione. Poco dopo mi incise una cassetta con la copertina rosa fluo e una foto di Cobain con gli occhialoni rossi ritagliata da una rivista. Era la prima volta che lo vedevo e tornando da scuola la ascoltavo in motorino. Era roba strana, mi piacevano solo i pezzi acustici e tutto quello che c’era prima che partisse il casino della batteria. Non mi piaceva la distorsione e mi faceva paura la voce di quello che cantava. Gracchiava. Fui il primo ad avere la ragazza, fui quello che disse “facciamo una band” e per colpa mia scartarono Nicola che era nel gruppo da mesi prima di me e sapeva suonare, ma aveva dei vestiti ridicoli e un atteggiamento da gattino spaventato. Io arrivavo con uno sguardo sicuro e mia madre mi aveva comprato una Stratocaster messicana e nessuno ce l’aveva e questo bastava. Mi sentii in colpa e mi ci sento ancora se penso a lui che se ne va dal garage e Antonello che dice «andiamo avanti». Quanta sciocca supponenza che dovevo mettere in pratica per sentirmi sicuro. Non sapevamo suonare e non sapevamo niente di niente, facevamo troppo rumore per farci notare da tutti ed eravamo stupidi come tutti gli adolescenti. Io ero il più stupido. I Nirvana mi facevano paura e mi deprimevano ma li suonavamo perché c’erano meno accordi, i batteristi si divertivano e per i bassisti i giri armonici erano semplici. Solo in rari momenti da solo e quasi in segreto riuscivo a godermi la compagnia di quella voce gracchiante nelle cuffie. Non sapevo niente dei testi e quando leggevo delle traduzioni ne sapevo ancora meno. Dumb e All Apologies mi colpivano. Maybe I’m just happy diceva una. Maybe. I think I’m just happy. Il mio cuore è spezzato ma ho della colla e robe così e mi pareva abbastanza.
Montecatini Terme capivo che era un posto senza niente dentro, solo case e strade che continuavano fino a quando non c’era un cartello che ti diceva Margine Coperta, oppure Pieve a Nievole. Ed erano un po’ più brutte di Montecatini ma erano pur sempre la stessa cosa. Era difficile a quel tempo capire chi fossero le persone con cui ridere o parlare seriamente e un punto di svolta nei rapporti era sempre quello in cui qualcuno premeva play e ascoltavamo la musica. E se trovavo anche uno solo che apprezzava quei pezzi allora significava che c’era qualcosa da dirsi e si andava avanti. Ancora oggi, che è passata l’altra metà della mia vita, se mi metto in macchina con Maurizio e parte un pezzo di Nevermind siamo subito tutti e due rilassati. Non c’è un perché ma è come tornare in un territorio consono, comune. Hey wait I got a new complain, cosa accomuna me e i miei amici a riconoscersi in un frase del genere? Non ne ho la più pallida idea, ma quelle atmosfere con le urla e la voce disperata erano l’unico suono che avevamo per spiegare a tutti quanto ci facesse schifo la nostra città di puttanieri e negozianti, dove c’era un solo negozio di dischi e 106 farmacie per davvero e nella sezione A del liceo c’erano i ricchi e nella F i figli del muratore come se da A ad F si dessero dei cartellini per la vita che poi non ti potevi più togliere. E quelli della A erano tronfi di soddisfazione a sapere che avrebbero avuto belle ragazze e soldi da spendere in bei vestiti e soddisfazioni mentre noi ci copiavamo le cassette così tanto fino che non si smagnetizzavano e ci vestivamo male. Però andavamo a suonare alle feste nei circoli arci o a situazioni assurde e quando ascoltavamo Nevermind in camera o guardavamo la vhs del Live Tonight! Sold Out! Ci sentivamo come una piccola cerchia ristretta, come un enclave, una setta potentissima e aspettavamo i giorni della rivalsa.
Primo e unico concerto serio in un pub per turisti: noi che portiamo gli strumenti al secondo piano, attacchiamo Aneurysm e a metà ci interrompono. Troppo casino. Concerto finito, noi con gli strumenti in strada poco dopo a trattenere le risa e a galvanizzarci «ci hanno cacciati, vi rendete conto?». Avevamo rotto i coglioni per una volta a quella città di morti viventi. Eravamo noi contro di loro e perdendo avevamo vinto e vincere allora era tutto e stavamo vincendo giocando tutto su un gran perdernte. Io non sapevo nemmeno di cosa parlasse il pezzo, ma faceva lo stesso. Eppure per tutta l’altra musica che ascoltavo il testo era importante lo andavo sempre a tradurre. Con i testi dei Nirvana anche se traducevo non capivo allora tanto valeva non farlo proprio. Non serviva quasi il testo per capire che quelle atmosfere erano un coltello. Allora cominciammo ad ascoltare quella musica al pomeriggio mentre ci allenavamo a fumare sigarette e a suonare la chitarra. Non volevo essere una rockstar, volevo essere a capo di un esercito, volevo sfondare il muro invisibile che proteggeva Montecatini e non faceva entrare niente dal mondo esterno. E volevo farlo con sotto il ritmo incessante di Territorial Pissing. Mi ricordo lucidamente che prima di entrare in classe e appena suonava l’ultima campanella volevo sentire la musica. Ci pensavo anche durante le lezioni quando le lavagne si riempivano di segni numerici incomprensibili e alcuni professori annoiati ci trascinavano nel loro piattume senza passione. Sentire la musica era ritornare in quel territorio consono. Oggi è passata davvero metà della mia vita e so molte più cose su Kurt Cobain e i suoi 27 anni ma questo non cambia niente. Ogni volta che ho bisogno di ascoltare questa roba è sempre per gli stessi motivi: appartenenza e bisogno di allontanarmi dalla mediocrità, anzi di trovare i miei amici, nella mia testa. È un richiamo all’ordine e al tempo stesso il corno dell’adunata di tutti i fedelissimi, la musica che unisce me e le persone per cui metterei a rischio la mia vita in un’unica grande foto di gruppo.
Quando Cobain è andato in coma a Roma nel 1994, pochi mesi prima della sua morte si era ingoiato 60 pasticche di Roipnol. Stava rompendo con Courtney Love che lo trovò riverso a terra col sangue che gli usciva dal naso. Accanto al corpo un biglietto in cui Cobain diceva a sua moglie “Non ce la faccio a passare per un altro divorzio” alludendo alla pessima piega che stava prendendo il loro matrimonio. I genitori di Cobain si erano separati quando lui era un bambino e da quel momento la sua infanzia felice aveva preso un’altra piega. Il ragazzino amato da tutti, entusiasta, infervorato, illuminato che era si trasformò presto in un problema da gestire. La sua vita divenne un’odissea tra i nonni, la madre, il padre, per un breve periodo anche la casa di un pastore di Aberdeen la sua città natale. Rileggendo questi fatti mi sono ricordato di una notte in cui ho camminato da casa mia al centro di Montecatini per arrivare prima dell’alba nella piazza vuota. Facevo ancora le medie credo e mi ero fatto sei chilometri a piedi da solo. Ero nella piazza che la sera era piena di gente ed ero arrivato prima degli spazzini, in un’atmosfera surreale e di scoperta, di fronte a un futuro silenzioso e pieno di presagi da adulto, come di fronte a un grande evento cerimoniale insomma, così mi misi su una panchina. Da quel giorno capii che ero solo al mondo. Avevo un blocchetto e una penna e disegnai quello che vedevo e ne venne fuori un piccolo schizzo impressionista, neppure malaccio, i lampioni la piazza vuota il Caffè Biondi. Forse scrissi anche qualcosa. Ero fuggito da casa dove vivevo solo con mia madre con cui avevo litigato fino a tarda notte perché bussava alla mia porta fuori di se e continuava a non farmi dormire e a volere informazioni sulla nuova donna di mio padre. Ora lo ricordo con distacco e perdono ma al tempo era dura da capire. Qualche ora dopo mio padre andò a fare un prelievo in banca prima di colazione e passò davanti alla mia panchina sulla quale ormai dormivo. Mi ricordo i suoi occhi sconvolti, che ci fai qui? E poi andammo a fare colazione. Quando ho saputo che il ponte di Something in the way esisteva davvero è tornata alla memoria quella fuga, perché avevo letto che per qualche giorno Kurt bambino dopo esser stato buttato fuori dalla casa del pastore bivaccò sotto a quel ponte. È un episodio oscuro di cui non si sa troppo ma di certo il nomadismo divenne la sua situazione principale. A vent’anni, dopo aver scoperto che non avendo i soldi per l’affitto stava dormendo in un cartone del frigorifero, Novoselic lo fece dormire sul suo divano. I figli dei divorziati hanno tutti gli stessi problemi, roba da manuale. Non ho più ascoltato seriamente i Nirvana fino ai 28 anni perché pensavo a tutto questo e soprattutto perché Cobain era un suicida e avevo paura a farmelo entrare troppo nella testa. Così come non ho mai il coraggio di leggere i diari di Pavese. Da grande, forse invecchiando, provo sempre più commozione per quanto riguarda l’argomento, forse perché a un certo punto ognuno di noi ha bisogno di votarsi a una forma d’amore superiore. Penso alle sue collezioni sterminate di oggetti, alla sua allegria, alla sua bellezza, a lui che arriva alle feste dove nessuno lo conosce e dice here we are now, entertain us e tutti che ridono. E più leggo i suoi diari, più osservo le opere d’arte che disegnava o creava assemblando le migliaia di cianfrusaglie che comprava ai mercatini di città e più mi rendo conto della vastità della sua sensibilità. Non me ne frega un cazzo di parlare del suo genio, di quello non c’è nemmeno bisogno. Non voglio essere blasfemo né ironico, ma per me la figura di Cobain è quella di un martire. Per carità è morto miliardario e all’apice del successo e riconosciuto dai suoi stessi miti e maestri già in vita come il più grande, ma ciò non toglie quello che appunto gli deve essere costato lasciare tutto questo. Lasciare la speranza di cambiare e soprattutto la sua piccola figlia. «No ve lo giuro non ce l’ho una pistola» canta in Come as you are già anni prima di spararsi nel capanno degli attrezzi. Tutti sapevano che sarebbe successo, il suicidio era il suo tema principale sin dall’infanzia e solo l’ultimo anno credo fosse andato in overdose quasi dieci volte. Quindi non è un martire per tutti noi, anzi per voi, diciamo piuttosto il mio martire personale e a volte ho quel pensiero peccaminoso, quel senso di colpa che mi fa pensare che con la sua morte e la paura che mi ha fatto forse mi son salvato io. Quando è morto mio nonno ho pianto ma quando rifletto alla morte di questo ragazzo di ventisette anni la sento come qualcosa di molto vicino alla mia vita, alla mia storia, la sento davvero come un lutto. I’m worse at what I do best and for this gift I feel blessed. Ovvero: sono il peggiore in ciò in cui eccelgo/ ed è un dono questo per cui mi sento benedetto (da Smells like teen spirit).