«Bianciardi abitava dove vivo io solo che non lo sapevo». L’autore di questo articolo lo ha scoperto un sabato mattina grazie a una passeggiata letteraria di Gian Paolo Serino per presentare Il precario esistenziale. Un reportage esilarante e poetico

I luoghi di Bianciardi
26 Mar 2015

Per me, fino a sabato scorso, il civico 3 di via Solferino era soltanto il palazzo che conteneva i ventidue metri quadrati in cui riscaldare le mie zuppe precotte e battere i tasti incrostati di miele di un Asus X55C, nella costante semioscurità di un primo piano affacciato sull’angusto cortile interno. Era soltanto casa mia, da qualche anno. Tutt’al più era l’edificio di cui avevo letto, durante un weekend romano del dicembre 2012, che era andato a fuoco. Al mio ritorno a Milano avevo scoperto che il disastro aveva interessato solo la scala E, la squisitamente inutile scala E, dal cui quarto piano fiammeggiante si era buttato un ultraottuagenario musicista in pensione, morendo. Per un inquilino della Scala D, quale io sono tutt’ora, la conseguenza più rilevante era stata quindi il proliferare di muratori che ritornavano nella corte dal Beverìn – all’incrocio di via Pontaccio – col panino al prosciutto sotto l’ascella, e di gru e di martelli pneumatici impegnati nella ristrutturazione della pleonastica scala E. Ecco l’intera gamma di rappresentazioni con la quale avevo movimentato la mia idea di via Solferino, 3, fino alla settimana scorsa.

Sabato mattina Gian Paolo Serino mi ha detto che in quello stesso palazzo ci era vissuto Luciano Bianciardi. Ora, potrei spacciarmi per un antico ammiratore dello scrittore toscano, ma così facendo tradirei il poco che ho imparato quella mattina. Il poco che ho imparato dalla letteratura. Di Bianciardi sapevo il nome, l’occupazione principale, il capolavoro, La vita agra, avendone letto per di più solamente qualche passo.

[pullquote]Al bar Jamaica Bianciardi ci prese la sua ultima sbronza. Anch’io qui ne ho prese parecchie ma molto più faticose: 8 euro una birra, 12 un cocktail[/pullquote]

Con Serino e gli altri partecipanti ci siamo trovati alle 10 davanti al bar Jamaica – il caffè delle Antille de La vita agra – in via Brera, a cinquanta metri da Solferino 3. Era il punto di partenza per la presentazione peripatetica del libro Il precario esistenziale (Clichy), che il critico ha dedicato a Bianciardi. Lo scrittore frequentava il bar Jamaica insieme a tanti altri intellettuali e artisti degli anni 50 e 60, quando Brera era un quartiere popolare. Qui, come ci ha spiegato Serino, Bianciardi ci veniva per riscaldarsi, visto che il suo appartamento era freddo, e per sbronzarsi. Qui, nel 1971, lo scrittore, alcolizzato, ci prese la sua ultima sbronza: uscì dal bar, entrò in coma etilico, fu ricoverato al San Carlo e, dopo diciannove giorni di agonia, morì. Qui, anche io ci ho preso parecchie sbronze, molto più faticose di quelle di Bianciardi: 8 euro una birra, 12 un cocktail. Qui ho cercato di accattivarmi con “grazie mille” e “gentilissima” la simpatia delle due attuali proprietarie – o gestrici, chi lo sa – senza successo; qui ho raccontato alla ragazza di turno che sì, le proprietarie mi rispondevano a mugugni, che sì, mi guardavano come una carogna di ratto appoggiata sul bancone tra le ciotole di popcorn, ma, insomma, era proprio la loro antipatia a renderle simpatiche e…“hai visto la foto di Quasimodo alla parete?”

Fuori dal bar, Serino ci ha indicato l’edificio del Corriere, al 28 di Solferino: Indro Montanelli, dopo l’uscita de La vita agra, propose a Bianciardi di lavorare nel quotidiano per 300.000 lire al mese, un’ottima cifra specialmente per chi, come Bianciardi, pur in pieno boom economico, nella liretta non ci sguazzava affatto. Bianciardi rifiutò. Dal canto mio, di fronte a quello stesso edificio, qualche anno fa, riuscii a ottenere piratescamente un appuntamento con Beppe Severgnini (che di Montanelli ha fama di essere stato uno dei delfini). Uscii dal mio ripostiglio, attraversai la strada, ed eccolo lì, l’odontoceto: ghignante, latteo, mascelluto. Mi chiese di inviargli qualche articolo. Fino a quel giorno avevo intervistato un produttore di brugole del pavesotto per una rivista, realizzato un’inchiesta sulla riscoperta del gusto-pistacchio nei coni gelato per un’altra, scritto un reportage su una fiera di numismatica per un’altra ancora. Rispose: “Giudiziosi e professionali, ma non indimenticabili. La nostra è una professione che condanna all’eccellenza: può suonare antipatico, ma è così.”

Bianciardi

La passeggiata letteraria per il Biancia in zona Brera: Serino guida la ciurma

Sabato, abbiamo seguito Serino in via Fiori Chiari. Giù in fondo, al tempo di Bianciardi, si trovava la latteria delle “pie sorelle” Pirovini, tra due bordelli. «A parte il vantaggio del conto aperto”, dice Bianciardi, “si mangiava alla carta pagando il consumo al netto, senza coperto, servizio e tutte le altre bricicche che di solito mettono i ristoranti per fare salire il totale». Giusto la sera precedente alla camminata d’autore con Serino ho sentito il bisogno di fermarmi dalla cartomante, un tricorno rosso in testa, che esercita a pochi metri da dove decenni fa sorgeva la latteria. «Tu c’avrai la donna di servizio» m’aveva garantito ribaltando un tarocco: sapevo che sarebbe stata una pessima strategia di marketing predire catastrofi al coglione che sborsava 10 euro. «La sai la barzelletta del padre che picchia il figlio?» aveva continuato. «Perché lo picchia?». «Perché è un ambizioso». «È così grave?». «Sì. Voleva scoreggiare come suo padre e s’è cacato sotto».

[pullquote]Bianciardi ha lavorato alla Feltrinelli, come me: 37 euro netti per la lettura di una bozza. Però lì ho incontrato Saviano senza scorta. Stavo per tirargli una testata, così, senza apparente motivo [/pullquote]

Abbiamo passeggiato per via Brera, che Bianciardi chiamava via Braida, poi per via Verdi. Abbiamo svoltato a sinistra, in via Andegari,  fino al portone della sede di Feltrinelli. Lo scrittore grossetano, nel 1954, si trasferì nel capoluogo lombardo per lavorare come redattore proprio nella neonata casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli. A cui Luciano, tra le altre cose, rubò un cappotto. Già alla fine del 1957, leggo in Il precario esistenziale, «per le sue difficoltà ad adattarsi agli orari e allo stile di un lavoro che considera troppo burocratizzato, viene licenziato dall’editore milanese, con cui continua però a collaborare come traduttore». E, subito sotto: «Sono anni difficili, di isolamento e precarie condizioni economiche». Serino, sabato mattina, ha suonato a un campanello della Feltrinelli, il 20, così, senza apparente motivo, ma nessuno ha aperto. Eppure io, dentro a quell’edificio, ci sono entrato tante volte. Per ritirare i dattiloscritti pervenuti alla casa editrice e ipotizzarne l’eventuale così detta pubblicabilità: 37 euro netti a lettura. L’emozione più grande, lì dentro, l’ho provata quando, sulle scale, ho incrociato il Divo Saviano, senza scorta. Pensai allora che, agendo da vigliacco, per primo, avrei potuto stenderlo con facilità, quasi certamente sarei partito da una testata. Così, senza apparente motivo, ma non lo feci.

Pochi passi ancora, fino alla libreria Feltrinelli di via Manzoni, dove Alessandro Beretta del Corriere e Simone Mosca di Repubblica hanno presentato il libro di Serino, che lo stesso critico non definisce saggio critico. «Piuttosto, un invito alla lettura. Perché tutt’oggi Bianciardi è un autore più commentato che letto». In Il precario esistenziale Serino scrive: «Certo le sue lotte … le pagò sino all’ultimo. Con la sua vita agra di un anarchico che non cedette mai a nessun compromesso. Le pagò sino alla fine. Fino all’ultimo giorno di un’esistenza spesa a cercare di far comprendere come la cultura sia entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo».

A casa ci sono tornato a testa bassa, di buon passo, stringendo i pugni, felice.

Enrico Dal Buono

Condividi

Leggi anche