A Milano quando c’è la settimana della moda, c’è SOLO la settimana della moda. Il nostro reporter del degrado racconta il suo lavoro di fotografo freelance alle sfilate. Foto: Banhoff

La fashion week
6 Mar 2015

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La cosa è andata così: una ragazza di ventitré anni che gestisce un importante blog di moda newyorkese mi ha contattato dopo aver visto il mio profilo Instagram dicendomi che il mio lavoro era fantastico (great) e che volevano commissionarmi un servizio per la Fashion Week di Milano. Beh, penso io, siete sicuri? Il mio Instagram è tutto fatto con la fotocamera del cellulare e prevalentemente si tratta di foto di gente in strada: vecchi, cani, donne e mostri vari della vita milanese. Mi piace lo sporco, mi piace il vissuto, mi piace andargli in faccia con la telecamera e scattare. Non me ne frega niente se sono un fotografo o meno, mi piace fare questa cosa, mi dà adrenalina e soddisfazione.

Quindi accetto pensando che sarà una figata e che avrò la possibilità di lavorare con gli americani che sono trooooppo avanti, che mi contattano da Instagram, che hanno ventitré anni e gestiscono un sito con milioni di follower sui vari social. Non migliaia, milioni. E vogliono darmi 1000 bombe. Mille bombe per sette foto. Bingo!

[pullquote]Chi siamo, dove andiamo, perché lo facciamo? Che ci faccio qui con una macchina fotografica al collo, a scornarmi con addetti stampa e fotografi, a cercare l’angolo giusto?[/pullquote]

E qui comincia l’intoppo. In tre giorni mi cambiano tre volte direttive dall’America. Primo colloquio Skype: «Ray il lavoro è fantastico ma dovrai scattare solo in interni e col flash». Ah, allora non posso usare l’iPhone, mi serve la macchina perché il flash del telefono è troppo brutto anche per me. Solo che con la macchina cambia un po’ tutto. Va beh, mille bombe, ti pulisco anche il cesso di casa per mille bombe, e poi l’America, NY, la ventitreenne. Casomai a giugno faccio un salto lì, ci conosciamo, che ne so magari mi commissionano altro, magari trovo casa lì, magari divento uno figo. Ok ok lo faccio. Mi snaturo! A ventiquattro ore dal servizio la rettifica: mi arriva una email con degli esempi di foto diversissime l’una dall’altra, scattate su dei set. Ogni soggetto ha in mano una cornice o è dietro a qualche forma geometrica. Rispondo che quelli sono dei set, che io non avrò un set e che è tutto diverso da come dicevamo il giorno prima. Poi penso: 1000 bombe, ok mi invento qualcosa. Mi permetto di chiederle perché. E lei mi dice: «perché vogliamo delle foto diverse». Ah, ok, diverse ma a cazzo, penso. Ritaglio dei cartoncini con delle forme e provo a scattare. Il risultato è una merda unica. Ricevo il programma delle sfilate: Philip Plein, Trussardi, Armani, Marras. Io non so niente di sto mondo, la mia preoccupazione più grande è come andarci vestito. Una volta per scattare le foto a un principe sono andato da Zara, mi sono preso un completo a cui ho lasciato attaccati i cartellini e il giorno dopo l’ho riportato indietro cambiandolo con praticamente il mio armadio estivo di quell’anno. Ma qui non posso andare da Zara, questi mi sgamano. Qui mi tocca andare come sono. Si inizia.

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Philip Plein

Palazzo delle scintille, un posto bellissimo in zona Amendola. È notte, ci sono stormi di fighe fuori e uomini depilati. Gente ricca e imbucati, gente famosa che non so identificare, calciatori e camerieri. Da qui in poi c’è una frase che verrà fuori ogni volta al momento del ritiro dell’accredito: «il tuo nome non è sulla lista? Pano? Bano? Eh???». E io: «guarda bene c’è scritto RAY BANHOFF. B-A-N-H-OCAZZO BANHOFF». «Ah sì, ci sei, scusa».

Gli americani sono così potenti che sono accreditato per tutto: backstage, beauty, podium, culum. Posso andarci a parlare, con Philip. C’è la Sozzani vestita di pelle nera borchiata che scatta foto con dei cinegri. Non ci sono le tartine. Scrivo alla tipa di NY: mi manda una foto di esempio. È una mia vecchia foto profilo di Facebook, me l’ha fatta Beppe Calgaro. Sono io ma davanti all’obiettivo c’erano dei bicchieri e sembra che sia dietro a un vetro. Ah figa, devo trovare dei bicchieri. Ma l’obiettivo non lavora bene con un bicchiere davanti e qui non ci sono dei maledetti bicchieri. Ansia che sale forte. Gente vestita assurda, un circo, una mandria di ricchioni che cinguettano e saltellano, ogni tanto partono degli applausi nel backstage e la gente si abbraccia, musica minimal sparata forte ovunque e fighe siderali che passando ti sconcentrano. Io non bevo sul lavoro. Trovo un bicchiere faccio foto: boh. Mando una preview a NY, figa se sono smart. Dopo mezzora che giro con sto bicchiere, la stronza mi risponde: «fai senza bicchiere, non funziona».

[pullquote]Il programma delle sfilate: Philip Plein, Trussardi, Armani, Marras. Io non so niente di sto mondo, la mia preoccupazione più grande è come andarci vestito[/pullquote]

Unica cosa che si ricorda di dirmi è: «I COLORI, DACCI ROBA PIENA DI COLORI». Beh Philip, con cui scambio due occhiate credendo fosse una specie di tipo della security, ha un pallino solo: il nero. Siamo in un hangar nero alto 30 metri.

Mura nere, pareti nere, pavimento nero. Buio pesto, l’unica illuminazione sono dei led luminosi in terra. Arriva una tipa algida, mi cercava. La guardo, è bella. Mi dico: «vai che arriva una buona notizia». Lei mi squadra e dice: «devi uscire». Ok, vado dove c’è la sfilata. È un’arena con le tribune. Al centro c’è una montagna russa montata e in funzione. C’è anche Mexes. Ha il colore della pelle di Hulk Hogan e il colore dei capelli di Hulk Hogan. Anche le scarpe che indossa su un completo grigio sono di quel colore e accanto a lui c’è una donna di quel colore, fantastica. Tutto gira forte, la mia ansia gira forte, il bicchiere non funziona. Scrivo alla tipa: «ehi, qui è il VIETNAM!». Lei risponde: «LOL». Lol un cazzo. Faccio a modo mio, faccio i mostri, quelli li so fare. E allora flash in faccia a tutti, flash da sotto che fa le ombre. Bang Bang Banhoff. Non Pano, non Bano, BANHOFF. E ci godo. Sì, non me ne frega un cazzo. Cinquanta, sessanta cinesi escono e cominciano a spazzare compulsivamente la passerella. Sono tutti uguali, vestiti uguale, e si muovono allo stesso ritmo. È bellissimo. Penso: sarà un’installazione. No, è la servitù che fa le pulizie.

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Le modelle sono ammassate dietro un pertugio come i cavalli al Palio prima della partenza, c’è un cancello dietro a cui scalpitano che dà proprio sulla pista. Sono tutte uguali: fregne reali proprio. Sono lì che le guardo e dico: «minchia le sanno fare le cose questi». Poi un colpo, silenzio, musica a palla, l’arena è vuota, i fotografi fanno a spintoni per ammassarsi sul podium, io resto fuori chiaramente. A me il podium mi fa cagare. Cazzo, esce una cantante, forse Azelaya Banks, e comincia sto rap assurdo, e poi sale sulle montagne russe e ci sono giochi di luce e rumore tipo di tuoni. Poi, cazzo, guardo le tribune e sono tutti lì fermi, annoiati, scoglionati che fanno foto col cellulare o smessaggiano. Ma sti ragazzi non dovrebbero goderci più di me? Invece niente, se sei del giro forse non te lo puoi permettere. E poi si apre il cancello e escono le tipe e sfilano, bum bum la musica a palla, oh sì sì sì, i fotografi scattano, loro prese male come il demonio dopo un esorcismo, dei musi luuuuuuunghi, secche come chiodi. Le guardo bene e penso che è più figa la cameriera puppotta. E scatto e scatto e poi penso che sì, ora basta, vo a casa ciao. Arrivo, scarico e mando e mi dicono:«non vanno bene, la gente vuole vedersi bella». Eh che cazzo, ma allora di che stiamo parlando? Qui ci sono solo indemoniati e mostri! A me piace da matti osservarli! Ma non ero quello delle foto diverse, quello del lavoro greaaaaaat? Questa è stata la mia prima sfilata.

[pullquote]Però ecco, la fashion Week è una scoreggia lenta e soporifera[/pullquote]

Nei giorni successivi ho perso un po’ di entusiasmo. Mi sono lasciato ipnotizzare dalla sfilata vera che era quella fuori dalla passerella. C’è gente che si prepara da mesi a questo evento, gente che ha dei vestiti così assurdi addosso che veramente sembra il circo. Mi piace il fatto che si vestano bene, li invidio anche un po’, ma non mi piace il loro portamento. Parlano solo per emoticon e si mettono in posa di continuo, è tutto così simile. Ma chi se ne frega.

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Cademartori, Marras

Nel frattempo, compare a Milano, a sorpresa, il mio migliore amico: Maurizio, Mau, il Guru, che nella vita gestisce una sala scommesse in provincia di Pistoia e vende contratti energetici per un’azienda svizzera. Viene a stare da me. Sono contento perché lui ha doti relazionali altissime, ha la faccia buona proprio e ci sa fare con tutti. Negli ultimi mesi mi sveglia al mattino con dei messaggi vocali su Whatsapp in cui canta canzoncine sporche inventate da lui. Ha una parola ricorrente: NOCE! Noce è la forma di una vagina depilata vista da vicino, fui io a mandargliela per primo e lui, da quel giorno, come un bambino che impara a parlare, usa NOCE un po’ per tutto. Lo urla con la sua voce profonda e gutturale.

[pullquote]Tutti si prendono sul serio, tutti mi pare che abbiano solo bisogno di un grande abbraccio ma nessuno ha le palle per darselo[/pullquote]

C’è la MFW e mi dispiace non poterci passare del tempo assieme. Gli dico: «Ti porto con me ma dovrai rimanere fuori, sono severissimi all’ingresso e se non sei accreditato non c’è storia». Lui che ha il borsello (gli ho imposto di lasciarlo a casa) e un cromatismo marroncino beige di piumini e pantaloni, di sicuro non lo lasceranno entrare. E invece mi ricorda ancora una volta perché lo chiamiamo Guru. Lui entra. Sempre! E io sono allibito. E anche serissimo, quando lo presento come mio assistente. Nello show room di Paola Cademartori, ad esempio, siamo in pochissimi. Lo cerco perché voglio andare al ristorante. Quando lo trovo mi dice «aspetta, devo salutare Paula». Aveva fatto amicizia. Così, abbiamo parlato di candele profumate al basilico, ci siamo sbafati il buffett ridendo come cretini e camminando in punta dei piedi come solo quelli di classe. Strafatti dall’odorino di timo molto da ricchi che si diffondeva nell’aria, ci siamo scambiati i biglietti da visita e ciao ciao.

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Idem da Marras, in via Cola di Rienzo, a uno show bellissimo tra drappi, lampadari di cristallo e tappeti eleganti. Mi giro e lo vedo intento a filmare la passerella. Sovrastando un attimo il casino collettivo, mi urla «NOCE!» e scoppiamo a ridere. Il video finirà in qualche gruppo di Whatsapp con commenti pesanti sulle fighe. E qui realizzo un po’ tutto. Chi siamo, dove andiamo, perché lo facciamo? Che ci faccio qui con una macchina fotografica al collo, a scornarmi con addetti stampa e fotografi, a cercare l’angolo giusto? Che ci fanno tutti questi tizi vestiti strani, queste modelle che non parlano quasi mai, che ci fa il mio amico venuto da lontano? Non lo sappiamo ma ci siamo tutti, un senso deve averlo. Intanto dall’America non scaricano neanche più le mie foto, non gliene è piaciuta una e continuano a pubblicare foto classiche da gallery da sitino ammodo. Io che penso: avete proprio sbagliato uomo!

Da Trussardi non entro, non sono in lista. E che cazzo, maledette americane, ormai le odio. Scatto in strada. Da Armani solo backstage: bruttino ma finalmente modelle belle. Quelle di Marras erano inguardabili, tutte uomini parevano. Da Armani vedo modelle che si cambiano! Cazzo sono nude! Osservo la scena e mentre i fotografi scattano, io fotografo le loro tettine al vento. Ho rischiato la morte, una viene da me e mi dice: «smetti». Marti di Strip-Project, che si è imbucata con me come mia assistente e che la moda la conosce e la pratica nel suo modo freak, mi dice:«eh! ma secondo te?! Mica le puoi fotografare!».

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La moda è aspirazionale, non è niente male. La preferisco ai piumini del cazzo e alle robe tecniche della Quequa. Una mia amica mi dice che sono snob, io credo che mi piaccia la roba che piace. Come dice un’altra mia amica: «mi piace Starbucks, che c’è di male? Voglio essere come tutti». Chi se ne frega. Però ecco, la Fashion Week è una scoreggia lenta e soporifera. Io mi immaginavo i festini a base di bamba, toccate di pacco da parte di Gabbana e aftershow mirabolanti. Sicuramente ci saranno stati e non li ho visti, ma mi sono puppato ore di isterici in coda, attrezzature e abbigliamento tecnico dei fotografi e tizi che erano solo vestiti. Tutti si prendono sul serio, tutti mi pare che abbiano solo bisogno di un grande abbraccio ma nessuno ha le palle per darselo. Credo che in certe epoche la moda abbia interpretato il mondo ma, a mio modesto parere, adesso parla solo di sé stessa. I blogger di moda fanno tutti roba che fa cagare, le foto dei fotografi alle sfilate fanno tutte cagare, il tutto è di una noia mortale. Per carità una noia stupenda, da ricchi, di risposizionamento sociale. A me poi me ne fregava solo delle mie foto, qualcosa ho portato a casa ma ci voglio tornare il prossimo anno. Non scriverò all’ufficio stampa né a un blog, chiedo al mio amico Maurizio se scrive a quella tipa dello showroom, secondo me è più facile che entri.

 

PS: alla fine il blog americano non ha pubblicato manco uno scatto mio, allora ho dato tutte le foto a Strip-Project. Eccole qui

Ray Banhoff

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