Report in presa (a male) diretta dal concerto di Liam Gallagher a Taranto per il Medimex 2019. Scritto da chi ama in parti uguali Liam Gallagher e Taranto. Foto di Maurizio Greco

Live Forever. Liam Gallagher a Taranto
18 Giu 2019

Prologo

Fa caldo quassù. Si sente sapore di polvere sotto la lingua. Son qua da una settimana, per un lavoro di 3 mesi in un’azienda dell’entroterra.

A distanza di 192 ore, non ho ancora metabolizzato cosa abbia significato Liam Gallagher a Taranto. Non tanto per la gente, per il contesto, quanto per me.

[pullquote]Ci siamo illuminati come una prateria irradiata da un’eruzione di un vulcano quando ha cantato i pezzi degli Oasis. Sugli altri pezzi c’era rispetto per statuto, perché è Liam, ma non… non so cazzo, è complicato.[/pullquote]

Ho poche certezze nella vita.

Tra queste c’è Bukowski come miglior poeta del ‘900, e la consapevolezza che gli Oasis mi emozionino più di ogni altra band che abbia mai ascoltato. Ci son pezzi come Simple Man dei Lynyrd, Sunday Morning dei Velvet, Rose Tattoo o gli one man show di Dylan che mi fanno godere e provare i brividi, ma dietro il mio rapporto con gli Oasis c’è una storia contorta e densa. Gli Oasis e Zlatan col libro io, Ibra mi hanno salvato, e non lo dico tanto per fare il paraculo gne gne che vuole crearsi un immaginario pop culturale.

L’arroganza di Zlatan, la sua insicurezza combattuta con trick giocolerie da zingaro. Liam che in primo piano con gli occhialini e un giubbotto da pastore fa “I NEED TO BE MYSELF, I CAN’T BE NO ONE ESLE, I’M FEELING SUPERSONIC, GIMME GIM ‘N’ TONIC”. Cazzo, mi hanno tirato su. Mi hanno fatto riprendere la gioia di vivere. Quindi voi che fate gli altolocati dicendo che Noel è un fantoccio che Liam è un cazzone e che suonavano un pop da froci beh venitemelo a dire in faccia che vi strangolo con una cinghia della Billabong, o magari vi azzoppo durante una partita di calcio con un anticipo sregolato sul tendine d’Achille.

Onesto?

Ci sto male, se penso al concerto di Liam Gallagher a Taranto. Mi ha segnato. E’ stato come azzeccare la giusta combo diretto diretto gancio in una sessione di sparring, per poi ritrovarsi al tappeto col tuo naso che irrora di sangue il laminato e tu che non hai capito come cazzo ha fatto ad entrarti in guardia, quello là, quell’inglese con  gli occhi che forse non sono più azzurri come un tempo, come le scintille che nascono dai fili dell’alta tensione, ma che restano due arpioni piantati nel cannanoce di chi ha la fortuna di incrociarci le pupille anche solo per un secondo.

Liam Gallagher a Taranto.

Posso solo dire che la data 08.06.2019 è, al momento, il tatuaggio che mi farei sul bicipite destro. Tutto il resto è andato perduto tra gocce di sudore, birre versate sulle sneakers, profumi di diciottenni con le cosce lunghe e selvagge.

Report dal concerto

Chiudo il valigione da 25 chili, doccia rapida a sgrassare i pensieri prepartenza, bermuda e stan smith e si scende. Mi aspettano Ciccio e Puerk, due ragazzi dei No Profit.

Siamo un gruppo misto: ci sono sorelle e fidanzate infiltrate, gente dello stadio che ancora milita in curva o gradinata con cui hai condiviso trasferte e fumogeni e cariche, tabaccai amici nevrotici (Puerk) che vivono per sfogare il malessere quotidiano in eventi come questo; c’è Al il compare magistrale, o dovrei chiamarlo Sommergibile, in memoria di un romanzo in cui ci sono due uagnun’ d’ quartier, Krol (io) e Sommergibile (Al), talmente legati che due di due di De Carlo gli può solo fare le pompe, a ‘st’altro libro qua, e nel mentre ricevere schiaffi sulle guance per favorire l’irrumazione.

United, Taranto, City. Krol, Puerk, Al

Fumiamo e beviamo e ci droghiamo per sentirci più vicini ad Our Kid che nel dietro le quinte starà cazzeggiando con qualche fagiana, o realisticamente è ancora in albergo a rilassarsi.

Taranto in questi giorni di Medimex è un carnaio. Fighe spaziali ovunque. Tipi col codino e la barba incolta e l’aria da creativi-freelance-redattori-web-content-editor che stazionano nei locali a bere birre che nelle loro città di espatrio pagherebbero con un ricarico del 45, 50 %. La Villa Peripato, un giardino pubblico, c’ha un altro palco dove suonano figure minori del panorama musicale, e c’è pure il mercatino del Medimex con streetfood e bancarelle che raccattano occhiali vintage. All’università in città vecchia ci trovi Mezzosangue o Motta o Patti Smith che se la cantano sulle loro vicissitudini. Poi cazzo Taranto è una gemma. Mare a destra mare a sinistra, il centro città che è una roccaforte spianata e mediterranea. Panifici che sfornano focacce. Tutto racchiuso in un raggio d’azione compatto, ti spari un workshop sulla comunicazione discografica  e poi, tempo dieci minuti sei al freestyle di Ensi in Villa Peripato. Sembra un piccolo stato autonomo. Una comune di intrippati con la musica.

[pullquote]Si spengono le luci. Vediamo sagome armeggiare coi microfoni, nell’aria c’è quel misto di adrenalina e angoscia come quella che provano i tossici quando l’amico incaricato sta stendendo le raglie di bamba e te pensi cazzo muoviti cazzo muoviti quando cazzo esci LIAM?!!!?![/pullquote]

Indosso una maglia del Manchester United.

“Se ti vede Liam capace che ti lancia qualcosa dal palco” mi fa Puerk il tabaccaio.

“E quello voglio, la provocazione è poesia, apprezzerebbe il buon Liam”.

Mi becco due, tre occhiate a metà tra il sarcasmo e lo sdegno, nel preconcerto. Tanto piacere! Guardiola e il suo City sono supponenti, ripuliti, andassero a fare in bocca ai loro morti.

Su Taranto c’è una pellicola di umidità che si avvolge alla pelle e inzuppa le magliette e fa innervosire le persone e ossida le birre. Noi siamo cotti, tra droghe e alcol, e arriviamo ai cancelli ad un’ora secca dall’inizio del secondo giorno di Medimex. Prima del Maestro c’è un gruppo che fa Ska-Punk direttamente da Londra.

Il concerto.

Liam Gallagher a Taranto. E l’ho ripetuto già tre volte ma è un’ossessione compulsiva. Non è che sto andando a vederlo al Lollapalooza di Parigi. Lui è nella mia città.

Penso a come si presenterà. Giacca Stone Island? Avrà i tic del presomane che si è steso una striscia sull’iPhone prima di entrare in scena?

La cosa è potente. Di sicuro è un traguardo. Vedere Liam Gallagher nella tua città non è che sia proprio all’odg. Lo possono dire a Londra, a Manchester per forza di cose. Ma a Lecce, tipo?

Birre, bombe, controlli blandi al prefiltraggio.

Il gruppo che apre Liam non era male, i Joycut. Bravi. Ci si ballava sopra. Parevano i Madness con One Step Beyond. Hanno messo una canzone, a una certa, e il beat era quello di una canzone di Zackalicious, raggaeman della Salinella, quel quartiere dove sorge lo stadio Erasmo Iacovone e dove la gente va a comprarsi il pezzo di colla, a Taranto.

Iniziamo a intonare il ritornello con le parole di Zaccheo Zackalicious.

“A SIGNOR D’SUS SENT’ U PROFUUUUM D’U CANNON CA M FUUUUM, A SIGNOR D’SUUUU, A SIGNOR D’SUUUUUU”

I ragazzi dello stadio vedono nemici ovunque.

“Ohhh quidd ste con la maglietta del Genoa!”

“Ho visto a uno col tatuaggio del Parma sull’avambraccio”

“ma quella non è la bandiera del Sassuolo?”

Stanno carichi a pallettoni, vogliono un bottino di guerra, uno scalpo.

Io e Al ci guardiamo e non ci guardiamo. Stiamo aspettando che esca Liam. Lui sa quanto significhino per me le canzoni degli Oasis. Fumo a rotta di collo, c’ho le corde vocali arrugginite nella speranza di buttar fuori qualche strofa con la stessa dolorosa sonorità di Liam, che tiene ‘na voce da coltello in cancrena.

Si spengono le luci. Vediamo sagome armeggiare coi microfoni, un violino ingombrante che si assesta sul palco, silhouette smilze che fanno avanti e indietro, nell’aria c’è quel misto di adrenalina e angoscia come quella che provano i tossici quando l’amico incaricato sta stendendo le raglie di bamba e te sei a ruota marcia e pensi cazzo muoviti cazzo muoviti quando cazzo esci LIAM?!!!?!

E all’improvviso esce. LUI. LIAM HARDCOCK GALLAGHER.

Esplosione della folla. Parte Rock and Roll Star. I LIVE MY LIFE FOR THE STARS THAT SHINE! PEOPLE SAY IT’S JUST A WASTE OF TIME! Niente ragazzi, mi salgono lacrime ed endorfina a spaccamento dal midollo.

Poghiamo e ci stringiamo, ci stiamo votando ad un idolo laico.

Liam indossa un parka color niente e lancia il tamburello sulla folla.

Dopo Rock and Roll Star, le pale di un elicottero.

Mi giro verso Al. Ci fissiamo.

“MODOOOOOO’!”

IT’S FOCKIN’ MORNING GLORY!

Non capisco un cazzo. Apoteosi della botta. Apice raggiunto. Vetta toccata, Sir Johnson. Ballo e canto come se fossi allo stadio a tifare Taranto in una finale playoff.

Lui, LG, sembra il capitano di una banda di strada come quelle di The Warriors i Guerrieri della Notte.

Lui, LG, se ne sta lì, non so neanche se ha la consapevolezza di esser qui, a Taranto, sul Lungomare, in piena Rotonda, in faccia al palazzo di architettura fascia voluto dal Duce. A due passi da dove ho perso la verginità. Assurdo, eh?

Lui ha le luci di Birra Raffo non Filtrata addosso. Lui sta qua e noi stiamo qua ed è una di quelle cose che ti manda in crash il sistema cerebrale.

Il fatto è che sembra di assistere a un rituale.

Ognuno dei presenti è qui per un motivo diverso.

Chi per fanatismo, chi c’aveva in testa Wonderwall e conosceva solo quella, chi è entrato in un mistico stadio di estasi e boccheggia e fissa ‘sta figura che, a track terminata, si gira e si tampona il petto e la pancia con un asciugamano.

Tutti quanti però rivolgiamo la nostra devozione a Liam. Come dei fedeli a messa che fissano il crocifisso e si commuovono.

Poi…

Il concerto sgasa, si sgonfia, dopo un inizio a pompa di cannone con rock and roll star e noi fatti marci che balliamo sgomitiamo sudiamo e i brividi e morning glory… ecco dopo due mine così mette giù wall of glass, greedy soul, what it’s worth, colombia. La gente intorno che si chiede che roba sia. Tutti i miei amici che mi guardavano ché wall of glass e what it’s worth mi piacciono, le cantavo, e loro volevan capire di che si trattasse. Imbarazzante. Liam stesso ha dovuto introdurre i pezzi come fosse un novellino, “so this is called For what it’s Worth”… ma oh uagliò tu ti sei sparato Maine Road, Knebworth e Wembley… la luce verde ad abbagliarti e sotto di te, nel tuo fottuto stadio, la gente che godeva e aveva il cazzo a ferro… e ora ti ritrovi in una piazza davanti a sì e no 8000 persone con un monumento fascio alla tua sinistra il mare alla destra e il sudore che ti sbriciola così tanto che devi tenerti un asciugamano al collo.

Forse la scelta della scaletta non era tarata su chi stava al concerto, boh! Si riprende con Some Might Say, ci aspettavamo in sequenza anche Cast No Shadow e invece parte cigarettes and alchol.

Decidiamo di svoltare con un’azione stile ultrà: avvicinarsi al palco in mezzo al rueto di cristiani e lanciare una sciarpa del Taranto sul palco.

“Magari la raccoglie e la issa tipo sciarpata!”

Ci facciamo largo a gomitate e bestemmie e non è piacevole vedere quattro cafonacci che spodestano il tuo posto che ti sei tenuto caro caro dalle prime luci del pomeriggio.

Però cazzo. Una bastarda si impunta e ce ne dice di ogni e ci fa blocco motorio, fisico. Fa fronte comune con altri minorati e ci osteggia. Ma vaffammokk’ a citammuert.

Voi volete solo fare dei cazzo di video pixelati quanto più vicino possibile a Liam, io voglio che alzi al cielo la sciarpa coi colori che amo e che mi rendono quello che sono, tarantino per dio, rossoblù, e sentire un punto di contatto col Maestro. E niente ‘sta maiala bercia che loro stanno qua dalle cinque e io “tranquilla lanciamo la sciarpa e ce ne andiamo” e ci guardano tutti male ma a noi non interessa fottervi il posto, ci basta trovare una bolla di spazio dal diametro di un braccio umano per fare effetto catapulta che lancia il tessuto smagliato sfibrato scolorito sul palco, tra i piedi di Liam.

Jack lancia la sciarpa, ma ci ostacolano lemmerde della prima linea, ci sgomitano, e sicché esce un tiro deviato e velleitario che si infrange contro una cassa e manco sfiora il microfono o la sneaker di Liam.

Ritorniamo indietro, insoddisfatti e amari.

Chissà se farà Live Forever.

LG decide di regalarci invece Shockwave, il singolo del suo nuovo album. Ok. Nessuno l’ha ascoltata a parte tre ragazzotti barbuti che stanno a due, tre file da noi, che manca poco e si segano davanti a tutti.

Chiude con Wonderwall e Champagne Supernova.

Ho una sensazione di malessere addosso che è inspiegabile.

La piazza si svuota, bicchieri di birra marchiati Raffo non filtrata per terra, pezzi di cuore smitragliati, mozziconi, cartine lunghe divelte e strappate dal vento.

Senza live forever mi sento vuoto, incompleto. Ecco, quella canzone è l’altra cosa che mi tatuerei per intero sulla schiena. Specie quando canta “maybe I will never be all the things that I wanna be, now it’s not the time to cry now it’s the time to find out why”. Che poser disagiato che sono, cazzo.

Chiusura

Il concerto è finito, ci facciamo qualche altra birra in una Taranto che scoppia di gente. Panico bello. Verso l’una torno a casa e mi doccio. Almeno mi corico cinque sei ore che domani c’ho l’aereo da Bari. E si cambia città per la quarta volta in un anno e due mesi. Qualità della vita, eh?

Chiamata di Al, che è sceso da Bolo ieri appena finito un doppio turno massacro da cameriere. Ha finito di lavorare all’una di sabato, ha preso pullman ed è arrivato a Taranto alle 3 di pomeriggio, a 6 ore dal concerto.

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Quello che gli Oasis hanno dato al mondo è irripetibile. Ed è la conferma, l’ennesima, che il tempo indietro non torna.

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“Scè mangiam’n ‘nu cornett” mi fa.

E mi passa a prendere col pandino, ci svacchiamo in direzione New Canada, zona viale Trentino, io vado di cornetto alla crema, lui crema e nutella. Granita al limone per tutti e due. Parliamo della scaletta.

“La poteva mettere Live Forever” fa Al.

“Ma pure Cast No Shadow o Supersonic”.

Finiamo per divagare a uso nostro, per girare intorno alle cose evitando di affrontare il dinosauro che ci portiamo sulla schiena.

Sarri alla Juventus… I videogame belli erano quelli del nostro periodo… i Bey Blade… la $aga di Zio Paperone scritta da Don Rosa… i libri di Cosimo Argentina…

Mi riaccompagna a casa e annusiamo odore di alba.

Mi fumo l’ennesima Winston Blu in balcone.

Ripenso al Concerto, agli Oasis, a Liam, a quello che ci circonda.

Avevo delle aspettative esagerate. Non puoi pensare di andare a sentire Liam e ritrovare quello che ti hanno dato le canzoni degli Oasis. Ok, è stata una manata di adrenalina, sì, è stata scritta la storia con Liam Gallagher a Taranto. Ma questo è quanto. Liam… anche lui lo sa. Va avanti per la sua strada, ma sa che quello che ha dato al mondo con gli Oasis è irripetibile irraggiungibile impareggiabile… La gente lo sa. Ci siamo illuminati come una prateria irradiata da un’eruzione di un vulcano quando ha cantato i pezzi degli Oasis. Sugli altri pezzi c’era rispetto per statuto, perché è Liam, ma non… non so cazzo, è complicato.

Gli Oasis sono una scala verso il paradiso, con buona pace dei Led Zeppelin. Where were you when we were getting high?

Sto qua a fumare ed è la conferma, l’ennesima, anche se a 25 anni dovresti già avercela schiaffata nel culo ‘sta convinzione, che il tempo indietro non torna. Che anche se domani organizzerai una giornata con gli amici della piazzetta, per recuperare quegli anni da super santos e granite al limone, non sarà mai la stessa cosa di quando ti svegliavi di domenica per giocare al campetto due ore di fila e ti facevi la doccia e poi a mangiare un pikachu con maionese da Colizzi su via Crispi. Non può esserlo. Tutti cambiamo. La realtà si deforma. Bisogna accettarlo, hai 25 cazzo di anni.

Liam resta un’ancora a cui mi abbraccerò nelle notti di insonnia o quando intorno a me avrò solo pioggia nera che riga il lunotto della macchina.

Ma non si ritorna indietro, compà.

Anche perché non puoi avere i rimpianti da checca efebica. E Liam lo sa, che non si torna indietro. Lo sa, cazzo. Ecco perché spinge per andare oltre, con shockwave e i live alla Hackney Round Chapel di Londra brandizzati da adidas spezial.

“Forse non sarò mai

tutte le cose che vorrei essere,

ora non è tempo di piangere

è tempo di capire perché”

Suona quasi come una preghiera.

Lorenzo Monfredi

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