Tra il coccodrillo e la preghiera, ecco la storia vera dell’uomo da cui è nata la Beat generation, l’uomo che quasi nessuno che conosce (e del romanzo che racconta i suoi ultimi giorni).

Neal Cassady
20 Feb 2017

Che la vita sia fatta di incontri avvenuti e mancati lo sappiamo tutti per esperienza personale. Neal Cassady, giovane ragazzo di strada nella Denver degli anni ’40, non ne mancò nessuno. Il primo avvenne con la strada, nacque infatti nel 1926 durante una sosta a Salt Lake City dei suoi genitori che stavano viaggiando su una scassata automobile in cerca di fortuna. L’ultimo avvenne anch’esso con la strada quarantadue anni dopo, una notte lungo una ferrovia messicana per un connubio mortale di troppa vita, troppa anfetamina, troppi barbiturici.

[pullquote]Per lui la strada non era un topos letterario. Era la sua vita e quindi fu anche la sua morte.[/pullquote]

In mezzo a questi due appuntamenti che ci fanno riflettere su cosa siano il caso e le coincidenze, vi furono altri incontri che fecero di Neal non più uno dei tanti bad boys dell’America anni ’40, ma un personaggio letterario, nato sulle pagine di due scrittori da lui molto amati e da cui fu molto amato: Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Senza di lui infatti la beat generation non sarebbe mai esistita, Kerouac non avrebbe scritto “Sulla strada” e “Visione di Cody”, Ginsberg non avrebbe scritto le poesie d’amore dedicate a Neal, di cui fu per un breve periodo, all’inizio della loro conoscenza, amante e poi grande amico. Neal fu l’angelo ispiratore dei romanzi di Kerouac e delle poesie di Ginsberg,  perché come scrisse Ginsberg “era l’immagine ideale dell’Adamo americano…del Billy Budd che aveva proposto Melville, del grande cittadino magnanimo che Whitman aveva proposto come inevitabile. Era la restaurazione della tenerezza nell’immagine maschile ideale e decisamente macho del duro ragazzo dell’Ovest”.  

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Quando Kerouac nel 1950 ricevette da Neal la famosa Joan Letter formata da un solo lunghissimo paragrafo capì come avrebbe scritto “Sulla strada”, trovò la sua voce di scrittore e l’insegnò a Ginsberg. In essa, senza prendere fiato attraverso la punteggiatura, ma dando alla sua scrittura il ritmo incalzante della sua vita vissuta di fretta per battere l’inesorabile trascorrere del tempo sul suo stesso terreno, Neal racconta di sé, della sua vita da vagabondo insieme al padre alcolizzato, delle ore e giorni passati nella sale biliardo, delle macchine rubate per una notte per divertimento. La sua epopea insomma, di cui ci è rimasta traccia in una sua autobiografia intitolata “Il primo terzo” in cui egli descrive il primo terzo appunto della sua vita.

Ho una particolare tenerezza per il mitico personaggio che Neal Cassady. Kerouac e Ginsberg erano degli scrittori e chi in un modo chi in un altro raccolsero i frutti del loro lavoro. Neal continuò la sua furia di vita. Per vent’anni fu il protagonista indiscusso prima della scena beat e poi di quella psichedelica, guidò infatti l’autobus del Merry Prankers di Kene Kesey (autore del romanzo Qualcuno volò sul nido del cuculo da cui fu tratta il famoso omonimo film), e infine sfiorò quella hippy.

[pullquote]Neal, l’ho detto è l’inizio di tutto, senza di lui niente beat generation. Ma è anche quello che non c’ha guadagnato niente ad essere Neal Cassady.[/pullquote]

Come si sa la gente che partecipa ad un movimento alternativo, quando questo movimento si esaurisce “torna a casa”. Lo fecero in molti quando il movimento beat e quello psichedelico, e infine anche quello hippy, esaurirono la propria energia propulsiva; lo fece Jack Kerouac che tornò a vivere con la madre, anche se dopo poco tempo l’alcol l’ebbe definitivamente vinta sulla sua volontà di smettere; per quanto riguarda Ginsberg divenne un poeta e un leader acclamato dei diritti civili in tutto il mondo. Lo fecero migliaia di altri.

Neal Cassady no. Lui non era uno di quelli che tornano a casa. Era di quelli che vanno sempre avanti. Per lui la strada non era un topos letterario. Era la sua vita e quindi fu anche la sua morte. L’ultima parte della vita di Neal Cassady e le mai del tutto chiarite modalità della sua morte, mi hanno particolarmente incuriosito e commosso; per questo ne ho fatto il centro di un mio romanzo intitolato “Il bardo psichedelico di Neal” (Volo Libero Edizioni).

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Dopo la fine dell’avventura con i Merry Prankers di Ken Kesey nell’inverno del 1967 Neal si recò in Messico a San Miguel Allende in compagnia della sua compagna di allora, la giovanissima hippy Janice Brown.  Il 3 Febbraio, secondo le voci, portato in alto dalle droghe, raggiunse a piedi la stazione dei treni di San Miguel da cui dichiarò di voler raggiungere la stazione di Celaya a prendere dei suoi bagagli. Vicini alla stazione di San Miguel incontrò un matrimonio messicano e si fermò un po’ lì. Fu trovato steso sulle traversine delle rotaie la mattina dopo e non riprese più conoscenza.  Aveva camminato solo un quarto di miglia prima del collasso. Mancavano 4 giorni al suo 42° compleanno. Si occupò di tutto Janice anche della cremazione; Allen Ginsberg reagì con tristezza, Kerouac non volle credere alla sua morte.

Il mio romanzo comincia con Neal che si ferma senza benzina con la sua auto in mezzo ad un deserto bianco. Mi sono immaginata che al momento del suo collasso e prima del coma che lo avrebbe portato alla morte, Neal viva tutta una serie di visioni, una specie di Bardo, lo stadio intermedio della coscienza che nella visione induista e buddista, porta alla rinascita.

[pullquote]lui era già quello che gli altri scrivevano, lui era quello di cui gli altri scrivevano. Era il romanzo, il poema vivente di se stesso[/pullquote]

Scrivere di Neal Cassady è stato rendere omaggio a quello che lui ha rappresentato per Jack Kerouac e Allen Ginsberg, scrittori che io ammiro in maniera totale e incondizionata. Non ho niente a che spartire con il modo in cui loro tre sono vissuti, nel senso materiale del termine, ma ad un certo punto mi sono messa a leggere  sul serio Kerouac e Ginsberg e ho scoperto non il loro mondo ma il mio. Voglio bene a tutti e tre come fossero parenti, fanno parte in senso immateriale della mia gente. Invidio come sono stati amici, come si sono aiutati l’un l’altro, anche se poi l’amicizia è finita, per i soliti motivi per cui le amicizie finiscono, stanchezza, incomprensioni, gente che si mette di mezzo. Spiritualmente  mi sento vicina a Kerouac, il suo desiderio di Dio è il mio, poeticamente sento l’intensità di Ginsberg e ne gioisco. E Neal? Neal, l’ho detto è l’inizio di tutto, senza di lui niente beat generation. Ma è anche quello che non c’ha guadagnato niente ad essere Neal Cassady. A volte ho pensato che ci avesse solo perso, che lui nella vita fosse uno che aveva perso. Non che Keroauc e Ginsberg fossero stati dei vincenti, nel senso volgare del termine; loro non volevano essere dei vincenti, volevano il successo che pensavano di meritare come scrittori.

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Neal non ha avuto nulla di oggettivo che lo rappresentasse, non c’erano libri, interviste, soldi. Non c’era in lui la ricerca del successo inteso come cose materiali che si raggiungono. Perché? Secondo me perché lui sapeva di non averne bisogno, lui era già quello che gli altri scrivevano, lui era quello di cui gli altri scrivevano. Era il romanzo, il poema vivente di se stesso, era l’artista e nello stesso tempo l’oggetto della sua arte. Per questo alla fine del mio romanzo su di lui Neal rimane solo. Non ho scelto di scrivere questo romanzo, è accaduto, mi commuoveva l’amore di Ginsberg per Neal, il suo amore non corrisposto, e allora mi sono detta andiamo a vedere chi era davvero questo Neal. E ho scoperto come è morto, è mi ha colpito che lui sia nato e morto su una strada. Ho scoperto anche che ci sono varie versioni sulla sua morte. Ma c’era davanti a me l’immagine di lui riverso lungo le rotaie in una notte qualunque senza che nessuno lo potesse aiutare, salvare. Morto solo. E così me lo sono immaginato solo non lungo una strada ma in un deserto  bianco, che in fin dei conti è solo luce.

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Dianella

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