C’è un padre dilaniato dallo strozzinaggio di Equitalia, lo scotch a fiumi, le ipocrisie della sfatta classe dirigente e una Taranto che ansima ma vive. Un racconto pubblicato nell’antologia Racconti di Cultora-Lombardia, edito da Historica edizioni, foto: Banhoff

Santa Rabbia
12 Nov 2015

La sede della Confindustria tarantina ce l’ho a due sputi dal mio centro di fisioterapia. Sono anni che convivo con gli industriali, i magnati dell’industria. Appaltatori, costruttori, imprenditori. Una trimurti di “ori”. Ori ne vediamo pochi a Taranto eppure loro hanno sempre le tasche piene e due, tre ville sparse tra valle d’Itria e grande Salentu; una barca tirata a secco al Molo sotto il ponte di Pietra e di solito il tris d’amanti esterofilo completa la faccenda.

“Vacci piano con Alvaro, eh papà?” m’ha detto mio figlio cinque minuti fa, prima che entrassi nella tana del lupo.

“Tranquillo,” gli ho risposto io “non credo che si comporterà da coglione… non gli conviene, lo sa che c’ho il nervo facile… e che so’ cresciuto in ‘sto quartiere quindi mi basta ‘na chiamata e faccio appizzicare tutt’cos’…”

Diego s’è messo a ridere ma coi suoi diciassett’anni di saggezza m’ha rinfacciato la mia esasperante violenza da contrattacco che mi parte non appena vengo preso di mira, per cui “stai calmo che quello ti mangia, a livello legale.”. Avrei voluto dirgli “Che cazzo, Diè, qua tra tua madre e quelle sanguisughe d’Equitalia che m’hanno imposto delle rate a tasso da articolo 416 bis stiamo alla frutta; almeno fammi sfogare sul marito di mam’t”, ma sono rimasto zitto mostrandogli un sorriso smerigliato d’accondiscendenza.

[pullquote]I problemi di Taranto? I Tarantini stessi, quelli ignoranti e cozzari, e i tarantini che pensano solo al verde dollaro stuprando la città [/pullquote]

“Il presidente la riceverà tra cinque minuti, si accomodi.” mi dice la segretaria, una bionda con il tuppo ben tirato, una crocchia immobile che lascia scoperti due occhi azzurri e un collo flessuoso. Hanno buon gusto, i porci. Grassocci, barbe tagliate alla paranoia ché un altro po’ gli si scartavetra il primo strato di tessuto epiteliale, Rolex Daytona e Church sfoggiate come se fossero semplici New Balance; come le mie New Balance blu che indosso proprio adesso.

Fottuta Equitalia!

Ehi, cretini! Ehi, porci incravattati! Nah, ascoltate a Cataldo Pizzaleo! Vorrei gridarvi in faccia che è inutile recapitarmi sguardi di compassione, come se fossi un pezzente! Io c’ho un Daytona da competizione e prima vi pisciavo in testa a tutti; prima che quei malavitosi d’Equitalia incancrenissero i bilanci per colpa dell’Alzheimer di babbo, che ha sputtanato due milioni di euro sperando nei condoni della diccì.

IMG_0286

foto Banhoff

Restituitemi il milione e due che ho pagato in TRE ANNI a quei maledetti usurai, vah, e poi ce la dichiariamo! Mio padre un imbecille, pace all’anima sua che mo’ se n’è andato, giusto due mesi fa. Un imbecille che s’è affidato a parenti serpenti che ci hanno inguaiato… e devo ringraziare Gesù Cristo che è grande perché m’hanno dato la cattedra di docente a Noci, sennò tiravamo la carretta chissà come! E lavoro dodici ore al giorno, tra scuola e centro fisioterapico. Sudo euro. Penso agli euro. M’ingegno per ridurre all’osso il personale e fare manodopera in primis. Cerco di portare scampoli di benessere perduto ad Barbara e Matteo, il piccolino, quello che mi deve fare sognare perché giocherà nell’Inter in serie A, ve lo dico io, ha un sinistro che non perdona. E tiene solo sett’anni! Sto stressato a tal punto che il mio medico mi sta passando del Valium per calmarmi. In più adesso s’è messa a tiritera la mamma di Diego, il mio primo figlio, che vuole quarantamila euro di mantenimento perché dice, la zuava, la zella inzivosa, che io non ho mai provveduto al vivere del figlio e che lui, il povero Dieguito, costa un fottio di soldi tra lavatrici e cibo; “che tuo figlio è alto un metro e novanta, Catà!” così m’ha detto. Ora spiegatemi se una madre può fare dei ragionamenti del genere… io mai, mai l’avrei fatto. E comunque pure che non do trecento dobloni mensili io gli compro l’abbigliamento, le scarpe da calcio, gli pago le ripetizioni che quel cesso in matematica è uno zero, lo mando a fare l’anno in Inghilterra, la settimana in Russia per lo scambio culturale… e la fissa per gli skateboard e compriamo ‘ste tavolette di legno… insomma almeno dagli pane e companatico tu, Martì!

[pullquote]Lavoro dodici ore al giorno, tra scuola e centro fisioterapico. Sudo euro. Penso agli euro. M’ingegno per ridurre all’osso il personale e fare manodopera in primis[/pullquote]

Invece quella m’ha minacciato il pignoramento.

Mo’ siccome l’altro giorno so’ venuti quelli della polizia giudiziaria che mi volevano togliere televisori e divani (il tutto davanti a mio figlio piccolo Matteo) e io, che conoscevo l’ispettore, li ho convinti a desistere, devo essere cazziato dal marito coglione che invece di tenerla a bada e farle capire che in questo momento mi trovano con le pezze al culo e non ce li ho quarantamila euro prende le sue difese, il marito soggetto. Ce l’ho sul cazzo, ‘st’arricchito. È oggettivamente un arricchito che ha connubi pure con la mala pesante, quella dei Tamburi, il messicano, i Modeo. O quello che ne resta… Le sedie sono scomode, qua dentro. E nonostante siamo alla fine d’un Marzo mite hanno i riscaldamenti a mille, c’è una discreta puzza di merda. D’altronde i massoni, la diarrea massonica, se esposta al ribollimento può emanare un fetore cadaverico. Dalla porta di Metallurgi, il presidente confindustria, prima esce un tipo grasso come uno dei palloni che usiamo noi giù, al centro, quelli da ginnastica correttiva; e poi arriva Metallurgi con i suoi capelli lisci e diradati e la fronte più alta del cazzo di John Holmes.

Tutta fronte e niente cervello, il Metallurgi.

Speriamo che ‘sta conversazione finisca a colpi di rum o cognac. Whisky magari. Un sigaro e via. Un abbraccio, una coalizione contro la stirpe femminea che ammorba l’aria peggio dei gas pesanti e affanculo fatemi tornare a lavorare. Noi maschi dovremmo essere solidali, e invece ci facciamo sbarellare dalle femmine. Cazzoni proprio.

“Ehi, Nico! Vieni, entra pure!”

Butto una lasciva e dissonante occhiata alla segretaria ed entro. Lo studio è grande, c’è uno schermo LG enorme, da cinquanta pollici, e alle pareti foto dell’ILVA e dei Cantieri Navali, alcune opere di rifacimento stradale intraprese dal nostro presidente demente e la sua scrivania, di vetro lussuoso, mi affascina e repelle al tempo stesso.

“Allora, che mi dici Cataldo bello?”

Mi piacerebbe dirti che fai tanto l’ecologista che si schiera col ricchionazzo prez presidente ma alla fin fine contribuisci pure tu allo schifo che devasta ‘sta città. I problemi di Taranto? I Tarantini stessi, quelli ignoranti e cozzari, e i tarantini che pensano solo al verde dollaro stuprando la città e fingendo che sia una sfigata provincia a vocazione industriale; quando mare e reperti storici e risorse agroalimentari indicano tutt’altro. Possono dire quello che vogliono di me ma non che violenti la mia città. Però per loro io sono solo un fisioterapista… che viene visto da Metallurgi e consorte come un patito di calcio, lo sport plebeo… e perciò la mia opinione conta meno di niente.

“Mah, Alvà, tiriamo a campare… si stringe la cinghia, c’è crisi… lo saprai pure tu, no?”

“Veramente non ho mai avuto tanti appalti come in questo periodo… Comunque, sentimi un poco… sai niente tu dell’ispettore Cimaglia?”

Cimaglia è quello che era venuto a saldare il dazio doganale che Martina-Latrina vuole ottenere e che io, da buon retore cresciuto a nocche sui denti e sprangate, ho convinto a darmi una proroga.

“Che ti devo dire? Inutile prenderci in giro che lo sappiamo entrambi come va ‘sta roba… Martina vuole un tot di soldi che NON HO.”

DSCF1365

foto Banhoff

“Però puoi permetterti il lusso del giubbotto Moncler… e di andare a mangiare la pizza da Gerry, che non mi risulta essere proprio un posto economico…”

Ancora con ‘sta storia. Ma veramente sento le sue parole o è un’allucinazione? Cioè, per spiegarvi in breve, un giorno, tre mesi fa mi pare, giravo per negozi alla ricerca d’una maglietta nuova per Matteo e chi t’incrocio? la mia ex-compagna, Martina. Calcolate che stavamo già ai ferri corti in quel periodo, appunto per la questione del mantenimento dovuto-obbligato-coatto. Beh, lei manco mi saluta quando mi vede e mi strattona dal bavero imprecandomi contro che io faccio schifo ché mio figlio -Diego- non lo mantengo come si deve e mi permetto i giubbotti fighi, nuovi… il problema è che io quel Moncler l’avevo comprato dieci anni fa e non è colpa mia se tratto le robe, i capi d’abbigliamento, come se fossero di cristallo. Spendo bene, io, ma poi non faccio il ricottaro che se ne strafotte o che usa il Moncler per andare in palestra. E poi io pure che li avessi quarantamila euro a quella zuava non li darò mai, li spenderebbe a capocchia e Diego non vedrebbe un centesimo e preferisco darglieli in futuro a LUI, SOLO A LUI, ‘sti soldi. La tempia pulsa e delle rasoiate colpiscono la parete occipitale del mio cranio pelato. Ahhh, l’emicrania maledetta. La cervicale, quella mi frega a me. Chiudo gli occhi un secondo e Alvaro Metallurgi tira fuori dal cassetto una bottiglia di WHISKY.

“Beviamoci un goccio, che dici?”

Bicchieri di lusso, ghiaccio: oh, questo ha avuto un tuffo al cuore vedendomi così malridotto.

“Nico, Nico… che credi che Martina sia facile da gestire? Quella è matta! Che non lo so io dei tuoi problemi, eh? Ma stai calmo proprio, leggero con me devi stare, liscio… come ‘sto whisky!” e beve d’un fiato, di rigore, il suo shot. Io bevo il mio e sorrido e caliamo il secondo giro di calumet alcolico scozzese.

“Buono!” gli dico “Senti Alvà io se li avessi, quarantamila euro, li darei a Martina. Fosse altro che per togliermi il pensiero… ma non ce li ho, e manco un decimo di quella cifra posso darle così, all’allegria. Stiamo male. Cioè, nel senso… Il centro grazieaddio lavora, e mangiamo. Ma non possiamo permetterci un weekend ad Ostuni… una moto nuova… figurati morsa dell’assegno di mantenimento!”

Alvaro sorride ed espletiamo anche un terzo bicchiere, con meno ghiaccio e più scotch. Al che Metallurgi s’accende un sigaro e cicca nel posacenere a forma di rosa dei venti, appuntito e diabolico, spesso almeno sei centimetri.

“T’ho detto, Aldino… con me liscio. Ci parlo io con Martina e le butto un paio di ceffoni metaforici ma non troppo e le dico di lasciarti stare, che cazzo…”

Mi alzo e vado ad abbracciarlo, sorridendo, con gli occhi chiusi perché quasi piango… Mentre l’abbraccio il suo corpo è come se scomparisse, mi ritrovo con ciocche di capelli strette nella mia mano sinistra e delle particelle pulviscolari di sangue mi sporcano le lenti degli occhiali.

[pullquote]E quando esco dalla stanza facendomi spazio tra i mastini della sicurezza e mi ritrovo nella mia via, la mia via Lago di Argentina, mi rendo conto che l’aria del mare le fabbriche non l’hanno ancora ammazzata. [/pullquote]

Oh!

Non capisco… che sta succedendo? Il posacenere rosa dei venti, che… Cristo! Aspetta! Oh! La destra va per conto suo!

“Signor Metallurgi, signor Metallurgi! Tutto bene? Apra la porta! Apra la porta!”

“Ma la porta è aperta!” grido io e m’accorgo che invece il chiavistello è girato, serrato, kaputt; e nel palmo destro tengo il posacenere insanguinato e Alvaro… beh… lui tossisce sotto i colpi delle mie New Balance da plebeo, ah, ti piace il gusto della suola gommata?

Che Cristo ho combinato…

La porta viene aperta dall’esterno e due tipi, probabilmente dei confindustriali maiali, mi si gettano addosso ma ehi, suini! Io vengo da via Lago di Argentina e ho fatto a mazzate coi migliori sicché a uno gli tiro una testata e cade e insisto coi calci sulle gengive fino a rovinarlo; l’altro rimane quasi immobile e mi basta sferrare un mappino che deve avergli rotto lo zigomo, direi, e se ne va a terra anche lui. Metallurgi, intonso, con la testa sfracellata dal posacenere a rosa dei venti, resta sotto la scrivania per evitare un’ulteriore malaparata. Triste vendetta d’un uomo che avrebbe dovuto prendersi il suo bel Valium e tutt’al più doveva scannare la mente sadica e contorta di questo intrigo: Martina.

“M’hanno inculato! Non sono stato io!” lucculo come un animale in gabbia, alle strette.

E invece non hanno inculato proprio nessuno, è che mi sono solo ripreso quello che m’hanno tolto, in parte… e quando esco dalla stanza facendomi spazio tra i mastini della sicurezza e mi ritrovo nella mia via, la mia via Lago di Argentina, mi rendo conto che l’aria del mare le fabbriche non l’hanno ancora ammazzata e posso tutt’al più alzare le mani mentre due volanti della sbirraglia sgommano e infrangono questo momento di rivalsa che mi costerà, non so, boh, forse i domiciliari o forse una megamulta… Il cielo giù da noi a ‘st’ora è violaceo rivoluzionario e prevaricatore, un viola che prende a pugni l’azzurro poiché deve aprire la strada al tappeto nero che si srotolerà con l’arrivo della luna, previsto a momenti. Cristo, un bordello ho fatto… e penso alle cazzate poetiche che nemmeno quel cesso gobbo di Leopardi. Tanto mo’ chiamo l’avvocato mio, Galeoto, e quello c’ha mille peli sullo stomaco ed uscirò presto, cazzo se no. E comunque, pure che ci fosse una dannata cauzione all’americana, dovrei sfangarmela.

Meglio pagare ventimila euro per lesioni aggravate che non quarantamila per alimenti insoluti e farseschi, quest’è certo.

Lorenzo Monfredi

Condividi

Leggi anche