Archivi del mese: Aprile 2020

Francesco Lettieri

E’ colpa sua se Calcutta lo associ a locali con le doghe in legno, televideo accesi a oltranza e personaggi che emanano un forte disagio da sconfitti. E’ colpa sua se vorresti andare a Forcella su un Tmax, impennare a Piazza Dante, sgamare fighe a Mergellina e girare per i Quartieri Spagnoli alla ricerca delle facce e delle emozioni che canta Liberato da sotto un cappuccio.

Francesco Lettieri è il regista dei videoclip più cazzuti degli ultimi anni. Classe ’85, direttamente da Pozzuoli Alta, svezzato dal DAMS di Roma, Lettieri ha iniziato a girare videoclip “perché così potevo realizzare le mie idee senza dovermi sbattere per trovare un budget, ero io il budget”.

foto di Glauco Canalis

Se vi aspettate un’intervista sulle sue tematiche, sui piani sequenza, sul gossip circa l’identità di Liberato o su quante bombe si fumi Calcutta, beh, potete tranquillamente chiudere la pagina di navigazione e tornare alle vostre pizze fatte in casa in ‘sti tempi di coronavirus. Senza rancore, eh.

Perché Lettieri oggi non è più quello “dei video di…”, ma il regista di ULTRAS, film prodotto da Indigo e Netflix, ed è online dal 20 marzo. Un film sul calcio, sì, ma di partite manco l’ombra. Un film sugli ultras, sì, ma oltre le fumogenate e gli striscioni e le trasferte, ci sono tanti personaggi, tutti rotti, tutti con un vuoto da colmare. Gli 883 cantavano sì perché è un po’ il vuoto di tutti noi/ ci sbattiamo tanto per chiuderlo/ ci proviamo e non ci riusciamo mai/ allora tanto vale conviverci/ ed è quello che fanno pure i personaggi del film: cercano di riempire i vuoti. Col calcio, con le donne, con biliardi fumosi e con adrenalina. Tra tutti i protagonisti, svetta un grandissimo Aniello Arena nella veste di ‘o Moicano, capo degli Apache, daspato e nonostante questo cuore pulsante del gruppo ultrà.

ULTRAS è un bel film, un esordio di tutto rispetto, che può essere considerato il manifesto di Lettieri: amore, nostalgia, violenza, amicizia secolare, Napoli, Calcio.

Ma al di là di tutto, ULTRAS è per Lettieri un’affermazione di esistenza, un modo per dire “oh cazzo, ce l’ho fatta, sono un regista”.

Al telefono, Francesco è stato molto tranquillo. Me lo immaginavo seduto al sole, a lisciarsi la barba, in mezzo ai campi flegrei, pronto a rispondere alle mie domande da infottato col mondo ultras.

“Ciao Francesco, come stai? Come sta andando sta situazione Coronavirus?”

“Beh non troppo male, io sono privilegiato, c’ho una casa con un piccolo giardino, quindi rispetto a chi abita in città mi ritengo fortunato, ho una piccola terra… ieri ci ho piantato un albero”

“Che albero era?”

“Un fico… ci vorrà un po’ perché deve crescere ma mi hanno detto che cresce abbastanza velocemente”.

“In questo periodo di transizione, la tua routine adesso qual è?”

“Sono fermo da quando abbiamo chiuso il film. Mi sono dedicato alla promozione. Ora faccio interviste al telefono, che almeno faccio qualcosa che mi riempie le giornate. E gioco a Sensible Soccer, un gioco anni ’90, ho il Manchester United con l’attacco Batistuta-Cantona-Signori, attacco perfetto”.

foto di Glauco Canalis

“Immagino sia cambiato il tuo rapporto con i media. Con il film stai avendo più notorietà?”

“Beh, per essere un regista di videoclip già prima avevo la mia visibilità. Ma col film è tutto aumentato. Poi sul film ci sono state diverse polemiche. Al di là del fatto che è un’opera prima, che è una produzione Netflix, e giocoforza alcune testate di settore ne avrebbero parlato a priori, è diventato un piccolo “caso” il film. Tant’è che molte interviste nemmeno volevo farle, per tutte le polemiche locali e nazionali che ci sono state”

“Beh la tematica che hai trattato è abbastanza sensibile, suscettibile anzi…”

“Sapevo che avrei ricevuto critiche dal mondo ultras, a prescindere dalla bellezza o meno del film. A chi vive quotidianamente la realtà ultras non gli sta bene che ne parli uno che non ne fa parte. Ma anche io, quando è uscito Gomorra di Garrone ed ero più giovane, mi è girato il cazzo che un romano racconta Napoli, la Camorra, “e lui che cazzo ne sa…” poi vedi il film e devi stare zitto perché Garrone con Gomorra ha messo le palle in testa a tutti.”

“Cosa ti affascina degli Ultras?”

“Il lato estetico. Napoli è ricoperta di stencil, scritte, appaiono striscioni quando ci sono eventi particolari. C’è in ogni quartiere una nota di colore degli ultras. Dal punto di vista di impatto visivo, le bandiere, i due aste… mi hanno sempre colpito. E poi è un mondo pieno di personaggi, storie, vita. Ci trovi nostalgia, amore, conflitto. Un ultras con il daspo vive questi sentimenti, che sono comuni a tutti, che si parli di tifare allo stadio o di una vita normale

[pullquote]Il rapporto che ho avuto con Napoli è il rapporto che hai con una ex. Ti rivedi ti fai un’altra scopata e ti sale la paranoia. Penso che se fossi rimasto a Napoli non sarei diventato chi sono oggi.[/pullquote]

“Io ho frequentato gli ambienti ultras. Ho ancora la chat del gruppo con cui viaggiavo in trasferta. I ragazzi hanno visto il film e abbiamo fatto brainstorming. Sinceramente, non comprendiamo le critiche degli ultras, perché il film non è iperbolico, rende bene alcune dinamiche, e anzi mostra al grande pubblico lati poco conosciuti del mondo ultras.”

“La questione è molto complessa e molto stupida allo stesso tempo: le critiche dal mondo ultras sono arrivate, sì, ma ben prima che il film uscisse. Curva A e Curva B hanno fatto scritte e striscioni contro di me e contro il film. Ma ripeto: prima che il film uscisse. A scatola chiusa. Questo ti fa capire che sono contrari in generale all’idea di esposizione mediatica. A mio avviso, hanno fatto molti striscioni e scritte per pararsi il culo davanti al movimento ultras in Italia e nel mondo, per dimostrare di non essersi “venduti”. E ci sta, e infatti all’inizio del film c’è una premessa in cui specifico che gli ultras non hanno partecipato in alcun modo”.

foto di Glauco Canalis

Uno dei ragazzi della chat ha detto letteralmente che il problema degli ultras è che non vogliono guardarsi allo specchio. Perché sennò dovrebbero prendere atto di quello che sono e che fanno.

“Ci sta. Ma poi su cosa ce l’hanno, gli ultras? Che io racconto un mondo solo di violenza? Io non racconto solo la violenza. C’è una storia, personaggi, ognuno con i suoi problemi. Storicamente tutti i gruppi che comandano le curve, quel potere se lo sono conquistato. Ho avuto confronti diretti con ultras ed ex ultras, a cui ho fatto vedere la sceneggiatura, e restavano sbalorditi che uno come me, che non ha mai fatto parte di un gruppo organizzato, avesse ricostruito quelle dinamiche. Gli scontri all’interno degli stessi gruppi succedono. Succedono per la tessera del tifoso. E’ stato detto che gli ultras non hanno come obiettivo quello dello scontro. Ok. E allora vorrei capire qual è l’obiettivo degli ultras? Sventolare le bandiere? A quel punto pure io sono ultras, siamo tutti ultras. Non c’è quella cosa che cerchi il nemico, che lo aspetti e sei contento quando ti sfondi di mazzate? Ok. Ma non li sto giudicando, come non li giudico nel film”.

“Ma è per quello che ti dico che non vogliono guardare in faccia la loro realtà”.

“Ma infatti ho trovato un sacco di moralismo nel mondo ultras. Cioè mi hanno contestato le botte di cocaina prima degli scontri. Ma poi ci parli a tu per tu e ti dicono tutti che spesso si fa così. Quando si vanno a fare le trasferte si pippa. Che poi ci stanno un paio di scene, mica è tutto incentrato su quello. Io ho voluto pure escludere scene di spaccio, di consumo da tossicodipendente, manco ho messo il discorso camorra/ultras. Se avessi dovuto fare un documentario allora ne avrei parlato, della camorra. Ma in un film sarebbe stato facile strumentalizzare. Ora come ora la Camorra non c’è nelle curve del Napoli, ma anni fa c’era, controllavano le curve. E per questo non ho voluto mettere in mezzo sta dinamica, perché avrei mischiato le carte e dato un’idea sbagliata degli Ultras”.

“Che rapporto hai con le droghe? Bello o brutto?”

foto di Glauco Canalis

“Non so come si possa avere un rapporto bello con le droghe. Ho fatto le mie esperienze, tutto qua”.

“In ULTRAS ho notato una bella finezza da consumatore, la sigaretta bagnata con la bamba”

“Ma sì, certo, chiaro, la bagnata. Chi della nostra generazione non s’è calato qualcosa, chi è che non l’ha fatto, dai. Io non ho mai avuto nessuna dipendenza e non mi drogo da un botto perché fondamentalmente mi pigliano a male. Ma mi piace raccontare la diversità dell’esperienza, tipo il Moicano in discoteca si fa di ketamina e non di bamba, e penso si noti la differenza”.

“Ma sai cosa? Al netto di tutto, secondo me vi siete giocati molte critiche con il titolo: ULTRAS. Io l’ho visto come un film che racconta delle esistenze umane. Ma tanta gente magari l’ha visto come una bibbia che spiegasse il mondo ultras”.

“Guarda, ci sta, io all’inizio volevo titolarlo come uno striscione della curva B, ho chiesto il permesso ma mi hanno detto di no gli ultras stessi, e quindi ho dovuto cambiarlo. Quindi poi è venuto fuori ULTRAS. Abbiamo provato a trovare delle alternative, non volevo chiamarlo ULTRAS, perché volevo staccarmi da quell’immagine totalizzante. Comunque, lo abbiamo chiamato così perché voleva essere una citazione alla trilogia Pusher di Refn. Un film dove non ci sono spacciatori. E poi che ti devo dire… è di impatto ULTRAS, fa figo vedersi su wikipedia alla voce prima opera di Francesco Lettieri un bell’ “ULTRAS” a chiare lettere.”

foto di Glauco Canalis

“A livello lavorativo, batti il tasto sul tuo essere libero. Se un artista viene da te e cerca di dirti come fare il videoclip, tu al 99,9 percento lo mandi in culo. Hai potuto fare così anche col film?”

“Sono riuscito a portare avanti il mio approccio anche col film. E paradossalmente è più difficile in un video, quando hai davanti gente come Emis Killa o Tommaso Paradiso, perché devi conquistare la loro fiducia, fargli accettare la tua visione, bisogna creare sintonia. Col cinema, tendenzialmente, è il regista che comanda”.

[pullquote]Mi motiva e mi fomenta la produzione di bellezza, contro chi produce merda. Chi produce merda deve morire per me. Se fai cinema devi raccontare emozioni[/pullquote]

“Il primo ricordo legato al cinema?”

“Il primo film che mi ricordo, che mi ci portò mio padre, è balla coi lupi. Diciamo che non ho avuto una grande educazione cinematografica, a casa mia…”

“I tuoi genitori che fanno?”

“Mia madre insegna, mio padre è medico, e non c’è mai stata una grande passione di cinema a casa mia, a parte le cassette VHS date assieme a la Repubblica… non avevo tutta ‘sta passione nemmeno io. Quando ho finito il liceo ho fatto un anno di economia che è andato malissimo.  Un mio amico, invece di restare a Napoli, si iscrisse al DAMS di Roma e lo andai a trovare. Mi fleshai: faceva la vita da fuorisede a Roma, si faceva le canne a casa, si cucinava da solo, feste, era indipendente. Posso dire che mi ha smosso più il cazzeggio da fuorisede che una passione cinematografica!”

“Tu adesso vivi a Napoli. Ma in un sacco di interviste, dicevi che non saresti mai tornato, che starci anche due ore ti faceva venire voglia di sparire e di morire sotto un Tmax”

“Il rapporto che ho avuto con Napoli è il rapporto che hai con una ex. Ti rivedi ti fai un’altra scopata e ti sale la paranoia. Penso che se fossi rimasto a Napoli non sarei diventato chi sono oggi. Poi è successo che ho conosciuto una ragazza di Pozzuoli e ci siamo messi insieme. In Terry c’è molto di lei. La relazione tra o’ Moicano e Terry ha qualcosa di nostro”

“Magari, all’epoca del DAMS, stare a Napoli coi tuoi ti aveva rotto il cazzo”

“Sì, quando ho visto lo stile di vita fuorisede, mi ci sono fissato e ho deciso di dovermene andare da Napoli. Napoli era povera di eventi e di alternative. Era molto chiusa. Invece Roma in quegli anni era avanti, era piena di musica e cultura. Ricordo che nel mentre che scadesse l’anno accademico in economia e commercio, mi fissai a guardare dei film. E scoprii Trainspotting, Pulp Fiction, The Snatch. Capii che mi piaceva”.

foto di Glauco Canalis

“Cosa ne pensi della censura americana? Penso ad Hachette che censura la biografia di Woody Allen. Penso a Kevin Spacey che non fa più niente. Trovo intollerabile distruggere non solo la persona fisica e la sua immagine, ma anche le sue opere e lavori, passati e futuri”.

“Io so cosa voglia dire fare il regista, e manco lo faccio al livello di Polanski o Allen. Fare il regista ti permette di esercitare un potere sulle persone. E trascendere nella molestia allusiva è molto facile. Questo è una merda, uno schifo assoluto. Quindi sì, prima di tutto c’è il rispetto delle persone, ma poi… poi ci sono i geni. Io a Kevin Spacey, che mo’ non fanno fare più niente, io gli vorrei proporre di fare una parte in qualche mio lavoro futuro, per dire. sti cazzi delle accuse, è uno dei migliori attori al mondo. Prendiamo pure Polanski: da una parte ti posso pure dire che è un uomo di merda. Ma potrà pure ammazzare qualcuno, ma per me Polanski resta Polanski e continuerò a guardare i suoi film come prima. E’ molto moralista annullare completamente un’opera. A me più che altro dispiace che personaggi geniali per una stronzata vengano totalmente eliminati dal panorama. Louis CK che si sega davanti ad un’attrice è una cazzata. Dobbiamo rinunciare alle sue battute, ai suoi sketch, per cosa… per una sega? Ma non è manco una violenza… poi c’è da dire che devi stare attento, non puoi lasciarti andare, se fai questo tipo di lavoro. Io sin dall’inizio ho sempre improntato i rapporti con le attrici sulla correttezza, stop”

foto di Glauco Canalis

“Secondo te, oggi, si può campare di creatività in Italia?”

“Io credo che per fare questo lavoro ti devi dedicare anima e corpo. E’ difficile, non tutti se lo possono permettere. Non sono ricco di famiglia ma i miei genitori mi hanno concesso di fare quello che volevo. Se posso dirti la verità, solo da pochi anni ho una indipendenza economica mia, ho dovuto contare sui miei genitori per tanti anni. Conosco persone che lavorano come camerieri e continuano contemporaneamente a fare i primi ruoli teatrali o cinematografici. Ti devi spaccare il culo. Dire che non si può vivere di cultura in questo paese è un po’ una scusa. Non è facile come da altre parti ma non è impossibile. Sì, avevo uno zio sceneggiatore che mi ha introdotto nel mondo della televisione, ma facevo lo schiavo. Sono stato caparbio, ho insistito sulla mia strada”.

[pullquote]Se dormi tranquillo vuol dire che non ti stai spingendo oltre i tuoi limiti.[/pullquote]

“Come ti descriveresti ad un colloquio di lavoro?”

“Determinato. So quello che voglio, e soprattutto quello che non voglio. Difficilmente accetto compromessi, e se li faccio sono solo nel mio interesse. Direi anche intuitivo, dotato di forte intuito per il successo. Certo, ho avuto molta fortuna: ho beccato i soggetti giusti, le persone giuste. Se oggi ho girato ULTRAS è grazie ai video di Calcutta, di Liberato. Ma ci sono stato dietro per anni, a Calcutta. Lo tormentavo per fare i video insieme, perché sapevo che avrebbe spaccato. Anche Liberato. Quando mi ha chiamato, lui non c’aveva un euro di budget. Eppure quando ho sentito 9 MAGGIO, uà, mi sono fleshato. Ho detto che costi quel che costi, pure che li caccio io i soldi, obbligo i miei collaboratori a farlo aggratis, perché cambierà la musica in Italia. E così è stato, e l’ho capito da subito. Devi capire quando passa il treno e prenderlo. I treni, nella vita, te ne capitano almeno un paio, di quelli buoni”

“Invece una tua debolezza?”

“La sicurezza. In generale, il regista ha bisogno di leadership e ti serve la sicurezza. Sicurezza in quello che fai”

“Cioè sei uno che si fa molte paranoie?”

foto di Glauco Canalis

“Ci sto lavorando. E’ un incubo la notte prima di cominciare a girare, ad esempio. Non dormo e penso che non so fare un cazzo, che non sono capace. Che poi è la stesso livello di paranoia su un film o su un videoclip, non c’entra la differenza. La bravura sta nel superare quella cosa, trovare la forza per reagire. Eppure, penso sia anche positivo avere quest’ansia, perché vuol dire che stai facendo un progetto più grande rispetto a quelli precedenti. Se dormi tranquillo vuol dire che non ti stai spingendo oltre i tuoi limiti. Se ti spingi oltre ti sale sì una dose di ansia, ma sai anche che stai facendo un upload”.

“In alcune interviste sembra che tu abbia dei nemici contro cui combattere: che sia un’estetica, gli altri video maker, o una struttura lavorativa. Hai qualcosa che ti fomenta?”

“Questo è un lavoro molto competitivo. Tutti i registi si portano sul cazzo a grandi linee. Garrone e Sorrentino litigavano, abitavano nello stesso palazzo e non si salutavano. Sorrentino ha vinto l’Oscar e Garrone deve dunque dimostrare di poter vincere l’Oscar… io ho sempre avuto questa fame di voler arrivare, di sfondare. Mi motiva e mi fomenta la produzione di bellezza, contro chi produce merda. Chi produce merda deve morire per me. Se fai cinema devi raccontare emozioni, quello che vuoi tu, ma ti devi impegnare al massimo per rendere questo mondo migliore, per aprire gli occhi alle persone, per strabiliarle. Quando invece impegni il tuo tempo per distruggere culturalmente un paese, come Rovazzi o Fedez, per dire due nomi sputtanati, mi incazzo. Perché magari hanno pure talento, ma perché devono ridurre tutto a due stronzate in croce? Non ti rendi conto che lobotomizzi la gente, che fai il male di questa società?”

N.d.A.

Un ringraziamento speciale a Glauco Canalis per le foto, e ai ragazzi della chat “Cito è Morto” per gli spunti sul film e per le cazzate antidepressive che ci diciamo quotidianamente

Lorenzo Monfredi

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Il dolore serve

Sto per tornare dai miei figli. Non li vedo da un mese. Sono un padre manchevole, di questo un giorno pagherò dazio lo so. Ma darò tutto, tutto me stesso per evitare di pagare un prezzo troppo alto, darò tutto me stesso con tutti i difetti che ho e che a 40 anni sarei ridicolo a cercare di nascondere, tutto me stesso e basta, perché altro non so dare e spero che non avanzi, ché gli avanzi si buttano. Mi sono fatto i capelli alla mohicano. Così, senza un motivo. Probabilmente faccio ridere ma da un po’ di tempo vado ripetendo questa frase: “La premessa e la conclusione sono sempre le stesse: non ti devono scassare il cazzo”. Come nella canzone di Pino Daniele, che ieri mi è tornata in mente. Poi nel mezzo ci sono i dubbi, le critiche degli altri e le autocritiche, ma la premessa e la conclusione devono combaciare: te ne devi fregare. Cercheranno di farti sentire in colpa ma quando decidi di fare una cosa falla. Questo è, e nessuno mi convincerà mai del contrario.

[pullquote] Prima regola: pulisci gli spogliatoi. Gli spogliatoi sono fondamentali. Ognuno ha i suoi[/pullquote]

Ora dirò una cosa che farà incazzare tanti: io sono contento. Sono contento di come qualcuno sta vivendo questo periodo. Perché in tutto sto bordello, ho visto delle cose che mi hanno toccato. Niente retorica. C’è chi si porterà del dolore a casa, ogni sera, quando tornerà a uscire, a lavorare, a bere fuori da un locale come se nulla fosse successo, quando sarà. Un dolore che citerà un libro meraviglioso di Peter Cameron: Un giorno questo dolore ti sarà utile. Il dolore serve. C’è poco da fare.

Foto McNair Evans

C’è pure chi lo cerca quando non non ha reali motivi per provarlo, pur di trovare qualcosa per lamentarsi, per motivarsi, per andare avanti. E in questi giorni che ce n’è stato fin troppo e ancora ce ne sarà, a chi l’ha provato davvero, il dolore delle mancanze servirà per conoscersi un po’ di più, per amare un po’ di più, per prendersela un po’ meno davanti alle cazzate, per sentire un po’ di più cosa ha dentro, perché adesso sa un po’ di più cosa è una mancanza, cosa vuol dire non poter salutare una persona, sa un po’ di più che vale la pena dare il massimo e che probabilmente se non ti viene da dare il massimo in ciò che fai è bene fare altro.

[pullquote]Parti dal basso, impara ogni giorno, fatica, non ti accontentare mai[/pullquote]

Uno dei libri più belli che ho letto ultimamente (e che parla di come funzionano le cose all’interno della nazionale più vincente della storia, gli All Blacks della Nuova Zelanda) inizia con queste parole: Prima regola: pulisci gli spogliatoi. Che significa, mettiti al servizio degli altri. Che significa, dai il buon esempio. Che significa, parti dal basso, sii umile, depurati, punta in alto. Parti dal basso, impara ogni giorno, fatica, non ti accontentare mai. Il libro si intitola Niente teste di cazzo. Le teste di cazzo non sono come il dolore. Le teste di cazzo non servono. C’era un mio allenatore che ci ripeteva fino alla noia che le partite facili non esistono, che le partite facili sono quelle che vinci 4 a 0 a un minuto dalla fine, solo queste.

Le cose belle, dicevo: ho letto post di addio laceranti. Ho letto preghiere laiche per chi stava lottando senza respiro e poi il fiato gli è mancato per sempre. Ho letto i bellissimi racconti quotidiani su Facebook di due giornalisti che stimo, quelli di Toni Capuozzo e quelli di Giorgio Terruzzi, ogni giorno, pieni di dolore, riflessioni, di piccole cose fatte di nostalgia, felicità e onestà. Ho visto un amico, un padrino per me, perdere un fratello e rendere omaggio alla morte e quindi anche alla vita come avevo visto fare solo in film tipo Amici miei, con goliardia, sentimenti duri, veri, intensi, e amore per ciò che è fugace e si vive una volta sola.

Foto McNair Evans

Avrà pianto Alessandro, avrà pianto come solo i bastardi piangono, ma poi si è ricordato di chi era, di chi era Marco, di chi erano loro due insieme, di cosa gli doveva e di come gli sarebbe piaciuto essere ricordato se a morire fosse stato lui e allora è andato a prendere le ceneri dell’amico, ha radunato in segreto gli altri desperados e ha organizzato un funerale pagano, clandestino, fanculo alle distanze sociali, con gli stivali texani sulla sabbia e la sigaretta in bocca in riva al mare di Piombino e poi ha pubblicato tutto su Facebook perché i decreti possono dirci cosa dobbiamo fare ma poi bisogna fare i conti con le promesse che abbiamo fatto e ci siamo fatti a noi stessi e queste spesso contano più di qualsiasi legge. Finito questo periodo, a Marco organizzerà una festa. Un evento a cui non vorrò mancare. Perché ho festeggiato matrimoni compleanni anniversari ma mai un funerale e ho sempre pensato che le cose e le persone vere bisogna celebrarle anche quando se ne vanno. E qui di verità ce n’è tanta. L’ho capito, lo so. Il dolore serve. Ma anche il dolore si può far tacere. Celebrandolo, appunto. Con dignità, onore.  Impegnandosi.

[pullquote]Le promesse che abbiamo fatto e ci siamo fatti a noi stessi contano più di qualsiasi legge [/pullquote]

Un altro aneddoto che cito spesso me l’ha raccontato Toni Thorimbert, un altro padrino, un fotografo enorme. Mi ha detto che negli anni dei suoi inizi scattava per il mensile Amica, quando su Amica pubblicavano i più grandi fotografi. Lui guardava il magazine e non si capacitava di come fossero potenti le foto di Helmut Newton. Allora andò dalla foto editor di allora, Giovanna Calvenzi, altro nume tutelare della fotografia, e le chiese: perché le mie foto non sono belle come quelle di Newton? La Calvenzi gli rispose così: “Certo, perché tu non hai sofferto come ha sofferto lui”. Ecco qua: il dolore ti porta al limite, il limite te lo fa esperire, e se lo superi hai conosciuto di più te stesso e conoscerai meglio gli altri. Questo è, e anche di questo non mi convincerete mai del contrario.

Foto Dave Anderson

[pullquote]Tieni bene a mente che la premessa e la conclusione sono sempre le stesse: che non ti devono scassare il cazzo [/pullquote]

Ieri ho sentito una esigenza. La voglia di andare a prendere un gelato. A proposito di  piccole cose. Poi Spotify mi ha fatto ascoltare una canzone di Enzo Jannacci ma nella versione di Cochi e Renato. Splendida, fa così:

C’è chi soffre soltanto d’amore
Chi continua a giocare al dottore
C’è chi un giorno invece ha sofferto
e allora ha detto io parto
ma dove vado se parto …
Eeeeee la vita la vita
E la vita l’è bella l’è bella
Basta avere l’umbrella l’umbrella
Che ti ripara la test
Sembra un giorno di festa! 

Andate tutti affanculo. Vi amo alla follia. Tutti quanti stasera.
Uno dei pezzi su Facebook di Giorgio Terruzzi finiva così: “Volendo, anzi volando, ce la si fa sempre. E per farcela, serve pensare di farcela. Tutto qui”. Già, tutto qui.
Le partite facili non esistono.
Niente retorica.
Niente teste di cazzo.
Volando ce la si fa. Sempre.

@moreneria

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