Archivi del mese: Luglio 2019

Un film del ’46 che fa il culo alle serie tv

Prendi la bici, esci di casa, 3 km verso l’azienda, un caldo che sembra come se Satana in persona stia ruttando sulla pianura Savana, sigaretta, caffè, sigaretta, ufficio in fondo a sinistra e poi attacchi… anagrafiche su excel, inserisci i clienti… promemoria ordini… pausa pranzo… arrivano le 18.30, saluti generali, zaino in spalla, prendi la bici, 3 km di ritorno a casa, sali a casa, togli camicia e pantalone e cinta Cartier e vai di pantaloncini e maglietta da lavoro. Ti passa a prendere Jalìsco. Siete in ritardo ma è ok.

Piuttosto che interagire con l’elettorato dell’attuale governo, che facciamo? Gli ridiamo in faccia, ci sentiamo superiori perché leggiamo Joyce

Tocca farti la chiusura al pub, 19.30/02.30. 120 piatti diversi, tra bruschette fritti piadine pizze panini tramezzini. Menù sterminato con sempre gli stessi prodotti, ma tutti incrociati tra loro. Spesso senza cognizione di causa. L’effetto sul consumatore-cliente è che non ci vede piatti, ma mucchi di lego assemblati senza criterio da un bambino inutile. Ma tant’è. Da ‘ste parti il contorno che va a pompa è LA SALSA ROSA. ANNI ’90 TOTALI.

Di regola, alla chiusura del pub, verso le 3, dovresti avere il cervello nella friggitrice. Invece, per una strana combinazione di endorfine e adrenalina e pensieri, rientri in stanza che ti devi fare una doccia per sgrassare le chips e i club sandwich di dosso e poi col cazzo che dormi. Virginia Woolf ti guarda dal comodino con la sua fottuta stanza di Jacob ma non è cosa. C’hai troppi cazzi da smaltire per finire a leggere dei gabbiani e dei fari e di come è fatto il giardino della vicina a Scarborough.

“Lorè, guardati Sciuscià” mi ripete da giorni il maledetto Al, che si spacca il mazzo tra doppi turni in un ristorante bolognese di quelli KOP, che fatturano 5/6mln all’anno. La notte poi guarda film a ripetizione e si sega con la $aga di Zio Paperone.

“Lorè, guardati Sciuscià, sta su YouTube coi sottotitoli in greco”.

Io c’avrei voglia di True Detective o di Romanzo Criminale, ma sono su NowTv e NowTv non mi fa sottoscrivere la prova gratuita, nemmeno usando il codice fiscale di mia zia. Riconoscerà l’ip da cui mi collego, cazzo ne so.

Vaffanculo, allora, vada per Sciuscià. Mi stendo sul letto, cuffie e parte il classico intro dei film anni ’40 con trombe e bianco/nero che domina a pugni sui denti. I sottotitoli in greco sono una delizia che non sfastidia.

Bene: Sciuscià è un film totale. E questa non sarà una recensione su Sciuscià. O un articolo sul neorealismo italiano. Le cose ci pigliano bene o ci mandano in para. Stop. Su WNR non ci troverete mai giocate leziose alla Pastore, ma sano pragmatismo e potenza in pieno stile Paul Scholes.

Questo è il problema della nostra generazione. Ci sentiamo dei tuttologi e adattiamo la realtà alle nostre esigenze. Non siamo onesti, né coerenti

Appena il film si chiude, con Bersagliere il cavallo perfetto che se ne va sul ponte di mattoni e la polizia che arriva e la brutalità della fine… beh, appena son arrivati i titoli di coda ho iniziato a mandare vocali da presomane ad Al, per ringraziarlo e dirgli che Sciuscià è un film da palle in mano. Sono strafuori per quanto mi sia piaciuto.

E’ del 1946 ma potrebbe esser stato girato l’altro ieri. 

Tagli, Piano Sequenza, Inquadrature… caratterizzazione dei personaggi. Tutto è da brividi ed è di un’attualità che fa paura. I dialoghi. I disperati con le galline negli appartamenti, gli americani che si fanno pulire le scarpe e nemmeno guardano in faccia gli sciuscià. Il commissario napoletano che si fa siringare il cazzo da un mezzo Battista-Maggiordomo, allibito e spoetizzato, il tutto dietro un separé nel suo ufficio. L’ingresso trionfale di Pasquale e Giuseppe nella via dove lavorano, in groppa al loro cavallo, Bersagliere… loro belli e poderosi come imperatori, gli altri bimbi intorno che li adulano. Pura poesia. La scena delle mazzate nelle docce… che te ne devi fare di American History X? Ripensi a Scorsese, a Brian De Palma… ai big boys del cinema americano e non, e dici oè, a noi dovete prendere per il culo?, noi ‘ste cose le abbiamo fatte settant’anni fa e vi pisciamo ancora in testa. Cioè vogliamo mettere Sleepers con Sciuscià? Ma vaffanculo!

Non sono certo io a dover dire che il neorealismo italiano è stato un raggio gamma irripetibile e cazzuto. Ma vedere Sciuscià, al di là di aggiustarmi determinate storture cerebrali, mi ha fatto riflettere.

Perché non siamo in grado di essere onesti come lo eravamo in quegli anni? Cioè adesso ci vantiamo di essere una società cinica senza filtri, che guarda in faccia i problemi. Il cazzo. Un amico scrive una roba contro i ciclisti e lo minacciano di morte. Je Suis Charlie Hebdo, liberté sborreté fraternité e poi appena ci toccano qualcosa che afferisce alla nostra sfera personale diventiamo dei cannibali. Piuttosto che interagire con l’elettorato dell’attuale governo, che facciamo? Gli ridiamo in faccia, ci sentiamo superiori perché leggiamo Joyce e sappiamo scandire SEMIOLOGIA ed ERMENEUTICA.

Questo è il problema della nostra generazione. Ci sentiamo dei tuttologi e adattiamo la realtà alle nostre esigenze. Non siamo onesti, né coerenti. D’altronde, siamo pieni di modi per crearci la nostra realtà privata ad uso e consumo di noi e di quelli come noi. Ci rinchiudiamo in ambienti col pensiero unidirezionale. Ci droghiamo. Ci convinciamo che la vita è questa e che non possiamo fare nulla per cambiarla. Ci intestardiamo su crociate molecolari, come garantire un accesso nei locali pubblici ai canini e ai gattini, e ci sentiamo di aver vinto la Guerra.

De Sica e i suoi compari, invece, andavano nella merda. Ci si immergevano e restavano là ad osservare. Attori non professionisti schiaffati in ogni scena. Facce da galera. La gente che viveva davvero nelle periferie. Nei lavori come Sciuscià ecc. non c’è traccia di politica. Di certo, non quella con cui si sditalinano i collettivi e le testuggini che ci circondano. Si parla di vita, amore, amicizia, ricchezza, povertà. Stop. Queste piccole maledette cose che muovono il mondo da sempre.

Ci rinchiudiamo in ambienti col pensiero unidirezionale. Ci droghiamo. Ci convinciamo che la vita è questa e che non possiamo fare nulla per cambiarla.

Perché non siamo più in grado di essere onesti con noi stessi? Perché non abbiamo il coraggio di Sciuscià, di mostrare veramente le cose per quello che sono? Leone di Lernia, in un’intervista sempre su questo sito, dice che ci vorrebbe la guerra e che è stata la guerra a dare il via a tanta creatività. Probabilmente è così. Le tragedie hanno reso il mondo un posto artisticamente migliore.

Fuori, oltre gli infissi scorticati, c’è un principio di luce. Non alba, ma il cielo dall’essere una lastra di ghisa è diventato simile all’azzurro dell’Inter, quello di nuova generazione, più blu e meno azzurro. Ti accendi una paglia, ti rigiri e metti in carica il cellulare. Ti ricordi le battute di alcuni personaggi. Memorizzi le loro facce. Sei stato un’ora e venti minuti senza muoverti, inzippato davanti ai magheggi del Panza a Ostiense, col Gazometro di sfondo. Raffaele da Napoli che tossisce e che ci resta secco quando si aspetta la visita della madre e ci trova una bionda che fa la gattamorta con l’appuntato che lo segue. Gli sbirri che fottono alla grandissima Pasquale e Giuseppe.

Domani mi vedo Ladri di Biciclette, e affanculo la Casa de Mierda de Papel!

 

Lorenzo Monfredi

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Nuda proprietà

A Cristina

Un sabato mattina di nubi nere che sembra notte, Antonio legge il Corriere con la schiena appoggiata contro il muro esterno di Santa Maria alla Fontana e, di tanto in tanto, abbassa le grandi pagine sotto la linea dello sguardo: aspetta che il vecchio esca fuori dal civico 37 di via Thaon de Revel.

Eccolo là! Attacca a pedinarlo. Non può che essere lui: le stesse sopracciglia da gufo che Antonio ha visto nelle foto in casa del vecchio durante la visita con l’agente immobiliare; lo stesso pomo d’Adamo panciuto, che ti viene voglia di ricacciarlo dentro con una martellata. Il cappello a tesa larga protegge l’intero volto dietro una cortina d’ombra. A venti metri di distanza, Antonio ne studia il passo: appoggia ancora la pianta sinistra come un bipede in salute, una pressione sufficiente per spegnere involontariamente una sigaretta, ma la destra la strascica, guarda lì, è innegabile, i muscoli della coscia non hanno più la forza di sollevare quella scarpaccia con la chiusura a strappo. E questo, per Antonio, è un ottimo indizio. 

Anche l’espresso decaffeinato che il vecchio ordina nel bar Eustacchio – Antonio chiede al cameriere informazioni sulle farciture dei bignè e non ascolta le risposte – è di buon auspicio. Segno di un cuore malato, che cederà tra qualche altro milione di battiti: meglio dosarli con regolarità nel tempo piuttosto che scialacquarli con una sostanza eccitante. Questa deve essere la strategia di quell’ometto avvinghiato alla propria piccola esistenza.  Antonio, per la precisione, spera che i milioni di battiti a disposizione del vecchio non siano più di 36: un anno di vita a sessanta battiti al minuto di media. 

La verità è che la mia routine da dannato è orribilmente noiosa.

Il vecchio riparte, la testa incassata tra cappello e clavicole, smunto da far pietà, un corpo mutilato di qualche pezzo impossibile da definire, una tartaruga umana senza carapace. Antonio ne origlia le chiacchiere dentro la ferramenta di via Borsieri. Il vecchio sta comprando delle mini stilo. Antonio finge di concentrarsi sui cacciaviti a stella e lo analizza: le spalle ricurve sotto la felpa tutta pelucchi, i ciuffi bianchi sulla porzione di nuca lasciata scoperta dal cappello abbassato sulla fronte, i ciuffi di chi non trova più una ragione per pettinarsi. Il vecchio tira fuori dalla tasca un telecomando protetto da un guscio di gomma lurida, spinge dentro le pile con il lungo indice deformato dall’artrosi. “Proprio queste” dice soltanto, con una di quelle voci che se chiudi gli occhi non sapresti dire se è di uomo o di donna. Antonio spera che il vecchio ammorbi il commesso: “sa, ormai il televisore è la mia unica compagnia”. O che mugugni perfino – ma questa è una speranza eccessiva, Antonio non vuole mentire a se stesso – : “non vedo l’ora che il Signore mi prenda con sé”. Insomma, Antonio spera in una frase che lo faccia sentire un po’ meno simile a un condor in volteggio sopra un bovino morente. Eppure, il sorriso soddisfatto, al limite del malizioso, con cui il vecchio deforma il volto pallido e ombroso mentre prende l’uscita – Antonio lo spia nascosto dallo scaffale dei siliconi – lo irrita tremendamente. C’è una luce, in quegli occhietti azzurri, una luce che sfida il mondo e la sua fretta di distruggere le proprie creature per produrne di nuove: tu mi hai voluto e tu mi tieni finché non lo decido io, caro il mio mondo. 

 

“Non solo per il nostro futuro, ma anche in termini assoluti, diciamo pure cosmici, sarebbe meglio che il vecchio lasciasse spazio a chi ha ancora qualche dente in bocca” fa Antonio a Marianna una volta in casa, stravaccandosi sulla chaise longue del divano che occupa metà di quella stanza: con la camera matrimoniale e con un bagno dignitoso, e nulla più che dignitoso, esaurisce gli spazi della loro attuale abitazione.

“Signor Oscuri” dice Marianna, che sta salando l’acqua per la pasta. “È brutto chiamarlo vecchio”. Dalla pentola si alza una fumata bianca.

In fondo tu sei un medico. I vecchi vi vedono come i loro pusher di tempo, non aspettano altro che lasciarsi andare all’ipocondria

“Tu speri che muoia quanto lo spero io” dice Antonio con gli occhi fissi sul televisore spento.

“Spero che casa sua si liberi e che possiamo trasferirci in un posto adatto a una famiglia”. Marianna alza le spalle. “Ecco tutto”.

“Che casa sua si liberi” ripete Antonio. “È un linguaggio mafioso. Anzi, da dispaccio delle SS. La baracca sessantaquattro del campo di lavoro di Mauthausen è stata liberata con successo”. 

A tavola, Antonio infilza tre penne con la prima forchettata, mastica un po’, deglutisce in fretta il bolo ancora troppo compatto e dice: “Dobbiamo andarci a parlare”. 

“Lopresti ha detto che è meglio evitare di incontrarlo”.

“Hai cambiato già tre case da quando vivi a Milano e ancora ascolti gli agenti immobiliari?”

“Mi sentirei imbarazzata”.

“Mica l’ha obbligato qualcuno a metterla in vendita”, allontana il piatto. “Nonostante la nuda proprietà, sono comunque duecento ottanta mila euro per un trilocale col parquet graffiato e gli impianti da rifare, perché lui possa godersi gli ultimi anni, o mesi, con tre filippine che gli lavano il sedere”.

“È nel cuore di Isola. Senza la nuda proprietà non verrebbe meno di quattrocento”.

“Gliene offriamo trecento, così bilanciamo?”

Marianna chiude gli occhi. “Mi piacciono tanto quegli infissi bianchi delle finestre”.

“Io voglio solo che tu sia felice” le stringe una mano sopra le tovagliette di paglia. 

“Ma poi che gli diciamo?”

“Parliamo del più e del meno. Gli facciamo i complimenti per come ha tenuto la casa, per il gusto dei quadri”.

“Quelli sono lugubri”.

“Sì, ma così il vecchio si scioglie e attacca a elencare malanni e medicine”.

“Poverino”.

“In fondo tu sei un medico. I vecchi vi vedono come i loro pusher di tempo, non aspettano altro che lasciarsi andare all’ipocondria”.

“E noi intanto che facciamo?”

“Noi intanto cerchiamo di capire se ha senso attendere che la natura faccia il suo corso o se ci conviene accendere un mutuo per una casa non infestata da un non-morto diabetico”.

“Sei diventato un mostro”. 

Antonio si allunga sul tavolo, scopre i denti, ringhia e morde il collo di Marianna. 

“Ahia, stupido”, ride lei. “Però con Lopresti ci parli tu”.

Quello stesso pomeriggio lui chiama l’agente immobiliare, gli assicura che sono davvero interessati, che l’affaruccio non è mica male, a ben pensarci, ma, insomma, si parla comunque dei risparmi accumulati dai loro genitori in tutta una vita, perché con gli stipendi da professionisti di oggi al massimo ti compri un garage.

“Non so se è possibile incontrarlo” fa Lopresti.

“Tra l’altro” dice Antonio, “non è escluso che una volta messa a posto la questione della casa poi un garage non lo compriamo davvero”.

“D’accordo, magari provo a chiamare il signor Oscuri” – Antonio si immagina l’agente che, col cellulare stretto tra spalla e mascella, scrive provvigione su un post-it e ci sbava sopra, obnubilato da una fame ancestrale – “ma non assicuro niente, oggi è sabato e lui è molto riservato, io lo sento solo per telefono, sapete anche voi che lascia le chiavi sotto lo stuoino”.

“Almeno ci provi”.

Dopo poco Lopresti richiama, il suo tono è squillante: lui non potrà esserci, ma per loro due l’appuntamento a casa del vecchio è già fissato per il giorno dopo, ore nove.

Tempo di staccare l’indice dall’interno del secondo piano e il vecchio apre la porta.

“Vi aspettavo” dice dalla penombra.

“Lo vedo” Antonio forza una risata.

Oscuri indossa una vestaglia di pile macchiata di pomodoro. 

“Grazie per averci voluto incontrare nonostante tutto”.

“Nonostante tutto”, il vecchio guarda per terra e annuisce.

“Insomma”, tartaglia Marianna, “sappiamo che è molto riservato”.

“Nelle mie condizioni non si può essere altrimenti”. Indica il salotto. Una candela viola, voluminosa, arde sul tavolino da tè.

C’è odore di chiuso e di borotalco, e di qualche cos’altro, qualcosa di acidulo, forse verdura andata a male. 

Il vecchio aspetta che loro si siedano uno accanto all’altra e poi si accomoda su una sedia a dondolo lì di fronte. “Mi piace questo movimento” dice.

“Deve essere rilassante” dice Marianna. 

“Perché lo sia davvero serve una regolarità da pendolo. Sempre uguale, colpetto dopo colpetto, giorno dopo giorno”. Sorride fissando Antonio negli occhi e ad Antonio sembra che gli abbiano buttato dentro al petto una badilata di neve fresca. “Già” dice con un filo di voce. 

“Posso offrirvi qualcosa?”

“No, grazie” dice Antonio.

Non ce la faccio proprio a illudervi. Qualcosa di buono e di stupido rimane addirittura nei peggiori demoni

“Magari un bicchier d’acqua” dice lei, “è gentile”.

Il vecchio va in cucina e loro si guardano attorno. I quadri, lugubri lo sono davvero: una palude nebbiosa, un rapace notturno, un castello diroccato, una tela completamente nera.

Oscuri allunga il bicchiere sopra la spalla di Marianna, lei sussulta: nessuno l’aveva sentito tornare. “Così aspettate che io, come si dice, tiri le cuoia” dice il vecchio.

“Grazie” dice lei e si copre la faccia col bicchiere inclinato sopra al naso.

Antonio vorrebbe dire “e lei aspetta i nostri duecento ottanta mila euro”, ma non se la sente.

“Su, su” dice Oscuri, “scherzavo” e ride con una voce diversa da quella che usa per parlare, una voce ora baritonale, quasi tellurica.

“Sa” attacca Antonio, “al giorno d’oggi non è facile permettersi una casa adatta a una famiglia, qui a Milano, e noi ormai abbiamo superato i 35 e”.

“A prima vista siete una coppia squisita” lo interrompe il vecchio.

“Grazie” dice Antonio.

“Sì, grazie davvero”, dice Marianna mentre appoggia il bicchiere sul tavolino. Antonio segue il suo movimento con lo sguardo: la candela è incisa con i caratteri di un alfabeto che lui non riconosce.

“Qualsiasi sia la condizione di un vecchio” fa Oscuri, “un vecchio resta un vecchio. E presto o tardi gli vengono due voglie. Uno: – alza l’indice nodoso, un artiglio di carne sottile – di essere ricco, servito e riverito. E due: di parlare con qualcuno. Dunque, per entrambe queste ragioni, eccovi qui” allarga le braccia, sembrano di colpo enormi, ali da predatore volante.

Marianna abbassa la testa e prende a rigirarsi l’anello di fidanzamento attorno al dito.

“Povera cara” dice il vecchio, “sei così tenera”.

Antonio dà un colpo di tosse.

“Non ce la faccio proprio a illudervi. Qualcosa di buono e di stupido rimane addirittura nei peggiori demoni”. 

“Ma che intende?” fa Antonio.

“Che avrete un bel po’ da aspettare, cari ragazzi, perché io muoia”.

“Si vede che è in salute” dice Marianna, “ha dei movimenti scattanti, da ragazzino”. Lo misura da capo a piedi, mentre quello continua a dondolare. “Sì, da grillo”.

“Sa” dice Antonio, “Marianna è medico” la bacia sulla guancia. “Pediatra, le piacciono tanto i bambini”.

“Il fatto” riattacca il vecchio, “è che io sono un vampiro e tecnicamente potrei campare per l’eternità”.

I due si guardano.

“So che non è facile trovare le parole quando le circostanze superano in maniera tanto sproporzionata le nostre previsioni, ma vi aiuto io. Al di là di tutte le considerazioni scientifiche o metafisiche che adesso potreste fare, il vostro pensiero, ridotto al nocciolo, è sintetizzabile così: acciderboli, questa non ci voleva”.

Antonio torna con lo sguardo alle iscrizioni sulla candela. 

“L’ho comprata alla Maison du Monde, è tailandese” dice Oscuri. “Ogni tanto mi piace darmi arie da vampiro romanzesco. La verità è che la mia routine da dannato è orribilmente noiosa. Mi ha trasformato una tecnica radiologa, anche lei fresca fresca di morso, quando ero già decrepito e ricoverato in un ospizio. E così mi sono fermato a 87 anni d’età. Non un grande affare”.

“Togliamo il disturbo”, Antonio si alza.

“Non può dire sul serio” dice Marianna.

“Venga qui” dice il vecchio. “Mi senta i battiti, la temperatura, quel che vuole”.

“Ma figuriamoci” fa Antonio.

Marianna si avvicina a Oscuri.

“Ma che fai?” dice Antonio.

Lei mette le dita sulla giugulare del vecchio. Antonio si solleva sulle punte e stringe i pugni. “Cazzo” grida Marianna, “questo è morto davvero”.

La gambe di Antonio cedono e lui si trova col sedere per terra. 

“Che ragione avrei di mentirvi?” fa il vecchio con una smorfia di offesa.

Marianna indica le macchie sulla sua vestaglia. “Allora quello non è pomodoro”.

“Ma sì, ma questi sono argomenti noiosi, per me è lavoro, quel che uno è costretto a fare per campare, non ho voglia di parlarne”.

Per un minuto buono nessuno fiata. Oscuri, con l’unghia giallastra, si gratta via le incrostazioni dalla vestaglia senza smettere di dondolare. Il legno della sedia scricchiola. 

I quadri, lugubri lo sono davvero: una palude nebbiosa, un rapace notturno, un castello diroccato, una tela completamente nera

Antonio riesce a stento ad alzarsi in ginocchio. “Quindi” sussurra, “quindi non ha intenzione di”, si accarezza il collo, “di morderci”.

“Io sgobbo la notte, ora sono a riposo”.

“Dio mio”, Marianna afferra il polso del vampiro. Continua a tenerlo stretto a palparlo e a tastarlo. 

“E mi lasci”, Oscuri glielo strappa di mano con un motto di insofferenza da vecchio bilioso.

“Scusi” dice lei.

“No, mi scusi lei”, si ricompone nella sua vestaglia, “non volevo essere scortese”.

“Non lo è stato, anzi” dice Antonio, che più che altro ormai straparla. “Anzi” ripete con un sussulto in falsetto.  

“Mi siete simpatici. Eravate a non più di due metri da terra, con i vostri lavoretti e i vostri progettini, eppure vi siete spaventati anche cadendo da un’altezza tanto ridicola”.

“Volevo solo dei bambini” dice lei.

“Le cose stanno così. C’è qualcosa di superiore perfino ai poteri del maligno. E parlo del caso. Anche i vampiri muoiono, come sapete. Può essere che un giorno di solleone io dia di matto ed esca nudo fuori dalla porta e mi squagli come un ghiacciolo. Può essere che per far un dispetto a un vecchiaccio come me dei discoli in un bar sostituiscano polvere d’aglio allo zucchero per il caffè: col presbitismo che mi ritrovo, crepo prima d’accorgermene. Può essere che un giorno un grasso, invasato esorcista polacco mi sfondi la porta e mi conficchi un crocifisso acuminato nel cuore”.

“Ma noi” dice Antonio, ancora in ginocchio, con sguardo assente “noi non ci permetteremmo di sperare che”.

Oscuri gli mostra il palmo – quell’altro si zittisce – e dice: “Voglio dire che di certo ed eterno non c’è niente”, in un dondolio accarezza la testa di Marianna, seduta sul parquet accanto a lui. “Il guaio è che, quando io morirò, voi potreste essere già in avanzato stato di decomposizione”. 

Marianna si preme le dita sulla bocca. Il vampiro la accarezza con più vigore, smette di dondolarsi, si abbassa, le annusa il collo. “A meno che” riprende, “a meno che non vi facciate dare un morsetto qui” e con l’indice dà un colpetto sulla gola di Marianna. 

“È molto gentile, ma” sta dicendo Antonio.

Hai trovato un ragazzo col senso per gli affari” dice Oscuri a Marianna. Poi la guarda dritto negli occhi e fa: “La chiudiamo a due e sessanta e due morsi?

“Così” lo interrompe il vampiro, “giochiamo alla pari. Anzi, voi sareste di gran lunga avvantaggiati. Perché comunque, vampiri o non vampiri, i giovani hanno qualche vantaggio nella lotta per la sopravvivenza, bisognerà pur riconoscerlo”.

“Il vigore della gioventù” dice forte Antonio, come citando un verso famoso. 

“Ben detto” annuisce Oscuri. “Mettiamo che di colpo ci si ritrovi tutti e tre esposti alla luce del sole d’agosto. Chi di noi avrebbe la forza di raggiungere un cono d’ombra? Oppure, mettiamo che il nostro esorcista polacco sia meno grasso di come l’avevo dipinto, mettiamo che sia un prete finocchio con la fissazione per il fisico”.

“Se posso permettermi” mormora Marianna, “sarebbe meglio dire omosessuale”.

“E sia” dice Oscuri. “Mettiamo che si presenti qui in Isola questo giovanotto omosessuale con deltoidi e trapezi di tutto rispetto”.

“La sto seguendo” dice Antonio socchiudendo gli occhi con aria concentrata.

“Molto bene. Ecco, allora, chi pensate che riuscirebbe ad accoppare per primo: me, o voi?”

“Spiace dirlo” dice Marianna, “ma probabilmente ucciderebbe prima lei”.

“Giustissimo”, Oscuri inspira forte a pochi millimetri dal collo di Marianna. “E a quel punto voi avreste un bel trilocale, con un parquet che ha bisogno di una mano di fresco, non voglio essere disonesto, ma, insomma, un trilocale da novantacinque metri quadri, badate bene: calpestabili, a un prezzo francamente stracciato”.

“Facciamo due e cinquanta?” dice Antonio, in ginocchio a fissare il nulla.

“Hai trovato un ragazzo col senso per gli affari” dice Oscuri a Marianna. Poi la guarda dritto negli occhi e fa: “La chiudiamo a due e sessanta e due morsi?”

Marianna osserva Antonio, si scambiano un cenno di intesa, innamorato, e lei, abbandonando indietro il collo, allungando una mano verso il fidanzato, prendendo l’ultimo respiro da mortale, dice al vampiro: “Non esageri”.  

 

 

     

 

 

       

 

 

 

 

 

 

 

   

   

         

Enrico Dal Buono

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Hemingway

La malattia lo aveva reso uno spettro, tremante, col viso incavato; lo aveva annullato. L’uomo che portava l’impermeabile alla Humphrey Bogart, con la cintura troppo stretta, l’uomo col sorriso schizzato da una parte come Clark Gable, l’uomo che abbracciava forte fino a far scricchiolare le ossa e camminava col passo piumato da ex pugile o, come diceva lui, da discendente di indiani. Protettore della gente da poco, che schifava i potenti, che andava a sedersi al bar quando si trovava a una cena dove qualcuno era stato invitato solo per il caffè; che sapeva sopportare il dolore fisico, il dolore mentale, che scriveva all’alba e tagliava l’inutile. Hemingway testadicazzo, pieno di spigoli, che si chiudeva in periodi neri senza scampo, tra sarcasmi lucidi e laceranti. Chi lo conosceva diceva che era difficile lavorare con lui, ma non potevi farne a meno, lo volevi.

Di Sherwood Anderson diceva che quelli della sua generazione tipo Steinbeck ne erano tutti debitori, che era impossibile non fare i conti con lui, proprio come diceva William Falulkner; ma tutti i suoi discorsi letterari si chiudevano con Shakespeare: il suo punto di partenza, il suo punto di arrivo, in cui c’era tutto quello che valeva pena scrivere. Lo stoicismo era uno dei suoi tratti, perché la forza deve essere sempre accompagnata dal coraggio, dalla lealtà, anche se la giustizia non trionfa quasi mai. Tutti i suoi libri sono impostati sulla lotta tra il bene e il male, dove il male è la vigliaccheria, la furbizia, la falsità. Un cacciatore che finisce quasi sempre per essere ferito dalla preda; un uomo che sanguina vita. Lo scrittore che con il suo understatement faceva strappare le mutandine a milioni di ragazze. Leale, schietto, distrutto e mai sconfitto. Alla Pivano una volta confessò il suo antitotalitarismo e aggiunse: “Quest’ultima guerra l’ho considerata necessaria perché i tedeschi erano diventati impossibili e Mussolini stava rovinando l’Italia con la sua ambizione militare sbagliata, ma abbiamo soltanto combattuto contro qualcosa non per qualche cosa, gli slogan sono la solita merda di sempre… Detesto la guerra, odio l’esercito, ma mi piace molto combattere, mi piace fare l’amore, combattere, bere, leggere, pescare. Immagino che combattere e bere siano vizi ma mi piacciono entrambi”.

camminava col passo piumato da ex pugile o, come diceva lui, da discendente di indiani

Il suo universo dominato dal pensiero della morte, quella che chiamava familiarmente l’eterna puta, dove la grande divinità da pregare è il nulla.
Lo scrittore che passava attraverso le glorie della vita silenzioso, col viso percorso da ombre senza nome, in una specie di riqualifica esistenziale data dalla capacità di venire alla vita a livelli molto alti di consapevolezza e dignità, soprattutto di grande intensità, fuori da ogni moralismo e moralità, fuori da qualsiasi regola fissata da altri. Era come se la vita per lui non avesse avuto un inizio ma ci fosse sempre stata, chiamato a interpretarla con uno stile, il suo, senza sovrastrutture.

Forse era questo che portava ad avere fiducia in lui, come fosse un marinaio che ha passato trent’anni sul mare, o un montanaro che ha scalato la vetta più alta, se stesso; uno che dopo decine di battaglie perse era ancora in piedi, con l’esperienza transumana che serve per stare in silenzio e parlare solo quando si hanno mine da sputare.
Con i suoi mari, le sue foreste, i suoi orrori, le sue campane suonate dalla disperazione, dalla voglia di vivere tutto quello che c’è da vivere, tra piante tropicali, fiori esotici, tribù di gatti e donne in cui rifugiarsi, in quelle notti trascorse in alberghi di lusso su cui pisciare un po’ di resurrezione.

Quella capacità di far sentire i suoi lettori come membri di un club esclusivo, solo perché lo capivano, nient’altro; e a leggere i titoli dei giornali degli anni Cinquanta che lo giudicavano il più grande scrittore del suo tempo, gli si poteva dar ragione. E ora che siamo tutti fuori da quel tempo, dal tempo della generazione perduta, persa, andata per sempre, le parole dei suoi dialoghi serrati cadono col peso di chi ha saputo cambiare la letteratura mondiale. Una leggenda capace di muoversi nella vita con quella stessa grace under pressure che guidava i suoi antieroi. Lucidità, efficacia dei movimenti, eleganza nell’esecuzione, senza badare alle probabilità di successo.

Il suo universo dominato dal pensiero della morte, quella che chiamava familiarmente l’eterna puta, dove la grande divinità da pregare è il nulla

Le sue innovazioni stilistiche e contenutistiche, il suo modo di narrare con una aderenza alla realtà che era il dono di qualche sciamano in botta totale. Una roba potente resa ancora più preziosa perché conquistata attraverso ripensamenti, rifacimenti, e tagli severi che toglievano gli intralci all’espressione finale, quella che rendeva realistico ogni passaggio. Una roba che i critici di allora non capivano e ancora oggi la gran parte di loro fa finta di aver capito. Ma cosa vuoi capire se non hai sentito e vissuto manco mezzo minuto come lui?

Lui, Hemingway, che si faceva chiamare Mr. Papa dai suoi amici pescatori del villaggio Cojímar, a est di L’Avana.
Mr. Papa che aveva mandato 1000 dollari a Ezra Pound per aiutarlo a tornare in Italia dopo il manicomio, e 1000 dollaroni a Dos Passos quando si era ammalato. Mr. Papa che aveva aiutato una governante d’albergo di Cortina per un ricovero in una clinica. Mr. Papa che aveva mantenuto tutta la vita la madre terribile e pagato gli studi al fratello.
Con quel suo sorriso timido, disarmante, la sua parlata sommessa per dire frasi che a volte diventavano impercettibili, quel suo modo di mostrarsi del tutto scoperto, indifeso, vulnerabile, una fragilità che si nascondeva sotto la superficie della temerarietà.
Bastava non tradirlo per averlo amico. A Ezra Pound, per dire, non perdonava di essere diventato fascista, ma se lo avessero impiccato si sarebbe fatto impiccare con lui, in una conferma totale sia del suo antifascismo sia del suo essere lui e nessun altro.

Sempre alla Nanda disse: “Mi hanno dato il Nobel per Il vecchio e il mare perché in quel libro non ci sono parolacce”. Altro sorriso da una parte, altra amarezza sarcastica, la stessa che addensa le sue pagine più dure. Alla consegna del Nobel non si presentò; quando glielo portarono, pare abbia riposto “troppo tardi”. Un fortunato povero genio Hemingway. Meglio pensarlo fuori dal disastro. Cercare i suoi gesti familiari, quando guardava fisso negli occhi per vedere se l’episodio che stava scrivendo in quei giorni poteva funzionare; quando si mostrava orgoglioso di aver fatto bene qualcosa di difficile; quando teneva le mani in tasca e le gambe larghe per dire qualcosa di definitivo; quando si batteva per difendere l’identità di un amico; quando diceva di non aver mai scritto un romanzo ma soltanto di aver sviluppato racconti; quando leggeva per tagliare, mai per aggiungere, nello sforzo ossessivo di cogliere e fissare l’attimo; quando parlava in un bisbiglio per accompagnare una ipobole, per sminuire qualcosa di pesante; quando diceva che non poteva esserci uguaglianza tra uomini e donne; quando riferiva con disprezzo qualche adulazione che gli era stata fatta per interesse; quando diceva che i libri devono parlare della gente che si conosce; quando parlava dell’amore disinteressato della sua prima moglie, l’unica vera compagna di una vita: la donna che lo aveva sposato quando lui era solo un ragazzo sconosciuto e di scarse prospettive; o quando tirava giù la lista delle sue stronzate irrinunciabili, dove l’ultima imprudenza irrimediabile, l’ultimo irrimediabile gesto per sconfiggere la malattia, se stesso, fu quel colpo di fucile che gli sfracellò la testa.

Il suo primo lavoro che ho letto è The Sun also Rises (Fiesta). Un capolavoro che sta in piedi anche senza appoggiarsi alla Parigi di quegli anni. E la corsa dei tori di Pamplona è solo colore.

Alla consegna del Nobel non si presentò; quando glielo portarono, pare abbia riposto “troppo tardi”

Lo pubblicò a ventisette anni, ché ormai lo sappiamo tutti: i predestinati diventano eterni prima dei trent’anni. Lo regalai a Enrica, la madre di mio figlio, anzi, neanche glielo regalai, le dissi di leggerselo. Che poi magari ci saremmo rivisti. Il finale di quel libro lo ricordo a memoria, pressapoco è questo (se non lo avete letto nessun problema, quel finale è una bomba che esplode solo se prima si legge tutto il romanzo):

“Oh, Jake” disse Brett. “Noi due saremmo stati così bene insieme.”
Di fronte a noi su una pedana, un poliziotto in kaki dirigeva il traffico. Alzò la sua mazza. La macchina improvvisamente rallentò, spingendo Brett contro di me.
“Già” dissi io. “Non è bello pensarlo?”.

Enrica lo lesse in due giorni. Poi mi scrisse un messaggio tipo: “Dopo aver letto il finale ho tirato il libro addosso alla parete”. Non ci ho mica fatto un figlio per caso. Mio figlio che oggi ha 19 mesi e che quando sono fuori chiede a tutti: “Papà c’èèè?”, con una voce, un suono che dovete immaginarvi. Una domanda che mi fa venire in mente Guido Meda quando urla: “Rossi c’è!”. E che mi fa pensare al mio amico Moreno, e a tante troppe cose, a Ray, a Lorenzo, a Marco, a Dal Buono, a Capra, a Gottardo, perché è tutto un concatenarsi di immagini che arrivano fin qui, a writeandroll, alla Society, alla mia setta dei poeti non ancora estinti, distrutti ma mai sconfitti, come intendeva Lui; quelli che, come suggeriva quel grandissimo bastardo di Hunter Thompson, prima di cercare gli obiettivi cercano loro stessi. Ed è per questo che quando sto per arrivare da mio figlio lo sento chiedere “papà c’èèè?” anche se magari non lo sta chiedendo, ed è così che di riflesso chiedo a me stesso: “Mr. Papa c’è?”; e allora aumento il passo da ex pugile: sono veloce, leggero come un indiano senza sella, che il peso del mondo è un peso d’amore, e allora potrei tutto, grace under pressure: “Papà c’è”. Mr. Papa c’è e ci sarà sempre, eterno, e anche se non è vero, “non è bello pensarlo?”.

@danpi

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Inedito di Hunter S. Thompson

Questo è un Inedito di Hunter S. Thompson, autore leggendario che su WNR omaggiamo spesso e volentieri. Hunter ha vent’anni e vive nel Village a New York, è appena sbarcato da Louisville, Kentucky. Di lì a pochi anni sarebbe andato a Porto Rico, avrebbe lavorato come corrispondente dal Sud America e poi lo avremmo conosciuto per Hell’s Angels, per Strange Rumblings in Aztlan e per la consacrazione con il suo Paura e Disgusto a Las Vegas del 1971. Poi sarebbero venute le amicizie con le star di Hollywood che andavano in pellegrinaggio a Woody Creek per farselo amico, con lui tutto drogato che li respinge a botte di taser e proiettili. In questa lettera, da ventenne in paranoia, c’è tutto quello che Hunter sarebbe diventato: non un semplice giornalista, ma uno stile di vita. Write Gonzo, Write Hard, Fuck Dirty.

Traduzione di Lorenzo Monfredi

***

22 Aprile 1958

57 Perry Street

New York City

Caro Hume,

Mi chiedi un consiglio: ah… è una cosa troppo umana e troppo pericolosa! Implica una notevole egomania, dare un consiglio a un uomo che ti chiede che cosa fare della propria vita. Avere la presunzione di riuscire ad indicare a un altro uomo, con le dita tremanti che puntano nella GIUSTA direzione, quale sia lo scopo e la ragione di tutto, beh, è qualcosa che soltanto un idiota farebbe.

Io non sono un idiota, ma rispetto la tua sincerità nel chiedermi un consiglio. Ti chiedo soltanto, nell’ascoltarmi, di ricordarti che tutti i consigli che ti verranno offerti saranno sempre e solo un prodotto delle esperienze degli uomini che te li hanno forniti. Quel che è verità estrema per me, può essere un disastro totale per te. Non posso vedere la vita attraverso i tuoi occhi. Né tu vedi la mia vita coi tuoi. Se dovessi tentare di darti un consiglio specifico, sarebbe come un cieco che fa attraversare la strada ad un altro cieco, in pieno traffico.

“To be, or not to be: that is the question: Whether ’tis nobler in the mind to suffer the slings and arrows of outrageous fortune, or to take arms against a sea of troubles … ” (Shakespeare)
“Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e, opponendosi, por loro fine?”

dare fiducia agli obiettivi concreti e tangibili è una cazzata. Non dobbiamo lottare per essere pompieri, poliziotti o dottori, ma per essere noi stessi.

E, in effetti, questa è la domanda: galleggiare seguendo la corrente, o nuotare verso un obiettivo. A una certa, è una scelta che dobbiamo tutti fare, che ci piaccia o no. E quante poche persone lo capiscono! Pensa ad una decisione x che hai preso, e che ha avuto un impatto sul tuo futuro: potrò anche sbagliarmi, ma non vedo come potrebbe essere una scelta differente e indotta dalle due cose che ho menzionato prima – galleggiare o nuotare.

Ma perché non galleggiare, se non hai un obiettivo? Quella è un’altra faccenda. E’ indiscutibilmente meglio godersi la corrente piuttosto che nuotare nelle incertezze. Quindi… come fa un uomo a trovare un obiettivo? Non un castello di carte, ma un qualcosa di vero e tangibile. Come può un uomo avere la certezza di non aver passato la vita ad inseguire l’oro di Re Mida, un’Eldorado che sembra una montagna luccicante e bellissima, ma che gratti e gratti e non è altro che un cumulo di rottami senza sostanza e senza valore?

La risposta – e in un certo senso, la tragedia della vita – è che continuiamo a cercare di comprendere l’obiettivo, e non l’uomo. Buttiamo giù un obiettivo che ci richiede determinati passaggi, e li completiamo, ‘sti passaggi. Ci adeguiamo alle esigenze di un teorema che NON PUO’ ESSERE VALIDO.

Facciamo un esempio: quando eri giovane, magari volevi fare il pompiere. Posso affermare con una certa sicurezza che adesso non vuoi più fare il pompiere. Perché? Beh, perché la tua prospettiva sulle cose è cambiata. Non è il ruolo del pompiere a cambiare, sei tu. Ogni uomo è la somma totale delle sue reazioni alle esperienze che fa. Man mano che le tue esperienze si snodano e si moltiplicano, diventi un uomo diverso e dunque la tua prospettiva sulle cose cambia. E questo continua, eh, mica è un processo che accade una volta sola. Ogni reazione è un processo di apprendimento; ogni esperienza significativa altera la tua prospettiva.

E’ una cazzata, quella di adattare le nostre vite sulla base degli obiettivi. Gli obiettivi hanno delle richieste che cambiano giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza. Che obiettivi potremmo mai portare a termine, all’infuori di farci salire una nevrosi galoppante?

Un uomo DEVE esser qualcosa, DEVE lasciare un segno.

La risposta, quindi, non ha a che fare con gli obiettivi, o quantomeno non con gli obiettivi tangibili. Ci vorrebbero risme e risme di carta per sviluppare ‘sta roba nella sua interezza. Dio sa quanti libri siano stati scritti sul “senso della vita” e stronzate simili, e Dio sa quante persone c’avranno anche solo riflettuto. (ah, uso l’espressione solo dio sa come pura forma colloquiale). C’è davvero poco senso in quello che sto cercando di dirti, e sono il primo ad ammettere di non avere la benché minima qualifica per ridurre il senso della vita ad uno o due paragrafi.

Girerò alla larga dalla parola esistenzialismo, ma potresti comunque tenerla a mente come una sorta di chiave di volta. Potresti anche leggerti una roba che si chiama “L’Essere e il Nulla” di Jean Paul Sartre, e un’altra roba intitolata “Esistenzialismo: da Dostoevskij a Sartre”, ma prendile come suggestioni. Se sei genuinamente soddisfatto di quello che fai nella tua vita, allora lascia quei libri dove sono (non svegliare il can che dorme, si dice, no?).

Ma torniamo alla mia risposta. Come ho detto, dare fiducia agli obiettivi concreti e tangibili è, nel migliore dei casi, una cazzata. Questo perché noi non dobbiamo lottare per essere pompieri, banchieri, poliziotti o dottori. NOI DOBBIAMO LOTTARE PER ESSERE NOI STESSI.

Ma non fraintendermi. Non voglio dire che non possiamo essere pompieri, banchieri, dottori. Ma dico che dobbiamo piegare l’obiettivo all’uomo, piuttosto che l’uomo all’obiettivo. In ogni storia, fattori umani e genetici e ambientali si sono sovrapposti per dare vita ad una creatura con determinate abilità e desideri, il più importante dei quali è una necessità atavica di far sì che la propria vita sia piena di SIGNIFICATO. Un uomo DEVE esser qualcosa, DEVE lasciare un segno.

Per come la vedo io, il teorema deve avere queste indicazioni: un uomo deve trovare un percorso che sfrutti al massimo le sue ABILITA’ per raggiungere la piena gratificazione dei suoi DESIDERI. Facendo questo, l’uomo riesce a riempire il vuoto, creandosi un’identità che abbia la sua condizione di esistenza all’interno di questo schema operativo; evita di sprecare il suo potenziale scegliendo un percorso che non pone limiti alla crescita personale; e soprattutto evita la scena terrificante del suo obiettivo che svanisce, che svilisce, che si consuma, che diventa un cumulo di rottami. Piuttosto che piegarsi e conformarsi lui, il nostro uomo, ha piegato l’obiettivo affinché si conformasse alle sue abilità e ai suoi desideri.

Per farla breve, non ha dedicato la sua vita a ricercare un obiettivo predefinito, ma piuttosto ha scelto uno stile di vita che sa di amare. L’obiettivo? E’ assolutamente secondario: è come raggiungi l’obiettivo che è importante. E mi sembra quasi ridicolo dire che un uomo DEVE agire all’interno di un suo personale e privato schema; in quanto lasciare che un altro uomo definisca i tuoi obiettivi è una resa incondizionata all’esistenza, è rinunciare a uno degli aspetti più significativi della vita: l’atto definitivo di volontà che trasforma l’uomo in individuo.

Supponiamo che tu ritenga di avere otto percorsi a tua disposizione da seguire (tutti predefiniti, ovviamente). E supponiamo che tu non riesca a trovare alcuno scopo in nessuno di questi otto percorsi di vit. QUI TI VOGLIO. DUNQUE, DEVI TROVARE UN’ALTERNATIVA, UN NONO PERCORSO. E questo è una sorta di bignami di tutto il pippone che ti ho fatto.

Naturalmente, mica è facile. Hai vissuto una vita relativamente stretta, un’esistenza più verticale che orizzontale. Dunque non è difficile capire perché tu abbia queste paranoie. Ma un uomo che procrastina e rinvia le sue scelte, si ritroverà con le scelte fatte dallo scorrere delle cose e delle circostanze.

Quel che è verità estrema per me, può essere un disastro totale per te. Non posso vedere la vita attraverso i tuoi occhi.

Quindi, se ti consideri uno dei tanti disincantati, puoi solo accettare le cose per come sono, o cercare davvero di fare qualcosa di diverso. Ma occhio! Non cercare obiettivi: cerca uno stile di vita. Scegli come vuoi vivere e poi decidere se riesci a campare in quello stile di vita. Ma tu mi dirai “Io non so che cazzo fare cosa fare aiutami!”

Questa è la croce finale. Conviene metter da parte quello che ho avuto fino ad ora, per cercare qualcosa di migliore e di nuovo? Non lo so, come potrei? Nessuno tranne te può prendere una decisione del genere. Ma anche soltanto SCEGLIENDO DI CERCARE, hai iniziato un lungo viaggio che ti porterà alla decisione definitiva.

Meh eh!, se non mi fermo adesso mi ritrovo a scrivere un libro. Spero che non sia così incasinata come sembrerebbe a dargli una scorsa veloce, ‘sta roba che ho scritto. Un unico avviso: questo è il MIO MODO di vedere le cose. Mi piace pensare che sia un teorema generalizzabile all’intera umana stirpe, ma forse no. Ognuno di noi deve crearsi il proprio credo, questo è banalmente il mio.

Se non ti è chiaro qualcosa, fammelo sapere. Non sto cercando di spedirti a fare il roadie in cerca del Valhalla, ma semplicemente ti sto dicendo che non dobbiamo accettare a scatola chiusa quello che ci viene offerto dalla vita che conosciamo. C’è molto altro, al di là della staccionata, e nessuno deve fare qualcosa che NON vuole fare per il resto dei suoi giorni. Ma ribadisco, se finirai per accettare uno di quei famosi otto percorsi, cerca in ogni modo di convincerti che DOVEVI farlo. Sarai in buona compagnia.

E questo è quanto, per ora. Aspetto una tua risposta, e nel frattempo, sarò sempre

Tuo amico,
Hunter

Lorenzo Monfredi

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Montalbano Sono!

Andrea Camilleri se n’è andato al secchio.

Ai vecchi tirannosauri va concesso un rispetto basilare a prescindere, per statuto. Sono cresciuto in un ambiente dove, se dicevi una parola di troppo ai più grandi, mica potevi lanciare un hashtag per difenderti: o avevi i coglioni di portare avanti tutta la faccenda e dimostrare che avevano torto, o ti beccavi un cartone nei denti. Ma poi Camilleri… ha sfondato quota 90 primavere. Oh, onesto, chi cazzo gliela faceva fare di continuare a farsi sentire, a scrivere, se non una sua personale idea che, facendo questo, riuscisse a stare bene?

Camilleri e i libri, Camilleri e la Rai, Camilleri che a 90 anni si schianta contro Salvini nonostante i denti gialli e gli occhi velati come se lo svegliassero a scariche elettroshock solo per fare le interviste che precedevano la 1a serata di Montalbano.

Vampa d’Agosto, il Cane di Terracotta… libri piacevoli, impaginati tosti dalla Sellerio, che fa quelle copertine ruvide che sanno molto di studio legale del Meridione. Ma a prescindere da quanti libri si sian letti di Don André, Montalbano fa parte di noi. Soprattutto quello televisivo. E non è mancanza di rispetto o declassare le opere di zì André, è solo che le puntate della fiction per anni hanno infranto ogni record di sharing (se non contiamo le partite di calcio), dunque qualcosa la vorrà dire. Anche voi che leggete Scurati mentre bevete il thè matcha di quell’azienda greeneconomy spiaggiati su qualche scoglio, vi sarete concessi una birra davanti alle imprese del Coooommiissssaaaaario.

Le riprese aeree della Sicilia. Le piazze assolate e bianche, i bar con le scaffalature in legno, il ristorante sul mare, Zingaretti col fisico da uomo forzuto dei freak show anni ’30 che beve il caffè vista mare a Porto Empedocle, nella sua villa che dai, tutti abbiamo sognato di comprare per farci un buen retiro da prepensionati di lusso. Le fregne imperiali femme fatale che perdono la devozione per il buon Montalbano.

Il Lunedì sera era relax totale davanti alla Rai. Mi ricordo mia nonna presa bene che cucinava gli arancini dopo aver visto gli arancini di Montalbano. Li faceva con piselli e mozzarella filante e non so se fossero come nella ricetta originale, ma spaccavano. In Inghilterra avevamo una TV satellite pirata che trasmetteva solo canali RAI e allora io, mia nonna, mio fratello e mia madre ci rinchiudevamo nel salotto-cucina e ci guardavamo Montalbano. Mi addormentavo di stecca dopo un’ora, sul divano, ma che fa?, ero contento perché sentivo ‘ste voci in italiano e invece a scuola era tutto un fuck off italian cunt e il cibo alla mensa era una merda, per cui mangiavo sempre pochi arancini a casa di modo da lasciarmene per il pranzo a scuola il giorno dopo. Montalbano è mio padre che mi racconta di San Vito Lo Capo, un posto in faccia all’Africa nella parte nordoccidentale della Sicilia, dove le granite al caffè sono essenza di goduria e dove senti i vecchi fischiare ai picciotti. Mio padre, il giorno dopo aver visto Montalbano, rispondeva sempre al telefono con un “Nico Monfredi sono!”.

Molti dicono che Montalbano è un prodotto mediocre, che Catarella non fa ridere manco per il cazzo e che l’accento siciliano lo steccano ogni due per tre e recitano come dei cani e sì, ci sta. Non è un capolavoro, ma non è che dobbiamo denigrare qualsiasi cosa che non sia Breaking Bad o True Detective. Faceva il suo. Era un anestetico mentale. Anche se non c’avevi soldi e vivevi in UK e il clima là era pioggia e bestemmie, ti vedevi quelle scene inondate di luce mediterranea e sentivi una piccola fitta al plesso solare, ed era tutto ok.

Lorenzo Monfredi

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Chiedimi chi erano i Draghi

Mi ricordo il Bartolo briao che dormiva durante il sound check di una band svedese. Era l’evento del mese a Pistoia. La band era numerosa, avevano i cori, erano dei ragazzi molto educati, per l’occasione erano venute con loro anche le famiglie. Il Bartolo calzava un cappello da cowboy con una spilletta degli Stati confederati e un completo su misura con cravattino texano. Russava così forte che il cantante si fece alzare il volume delle spie sbigottito. In platea, la mano di Luca svaccato su una sedia con la testa all’indietro, ciondolava sopra un bicchiere di Negroni ammezzato. Era una serata noiosa, con una band noiosa in una provincia noiosa: Pistoia detta Tristoia.

Erano una sorta di famiglia, una cricca di gente che faceva squadra. Il loro pallino? Spaccare. Essere fighi con la chitarra, qualsiasi cosa volesse dire.

Il ghiaccio galleggiava nel bicchiere. Arrivò pure il sindaco perché eravamo in un locale del comune e c’era qualche stronzata con il patrocinio di mezzo. Così tutti gli facevano i salamelecchi. Il Bartolo si svegliò cisposo e andò a mettersi in fila tra degli sconosciuti, barcollando, a stringergli la mano. Si sentiva l’energia elettrostatica nell’aria, forse Marcello tentò di fermarlo. Io guardavo ipnotizzato quella mano callosa, con la palla numero otto tatuata e altri segni stinti che afferrava quella gracilina e bianca del politico. Sembrava una zampa di gallo che strizza le palle a un neonato. Il sindaco, forse per rompere il ghiaccio del Bartolo che lo fissava bieco in silenzio, senza conoscerlo, senza dire nulla, fece l’errore di chiedergli che spilletta avesse sul cappello. La risposta: è il Texas Dio Bestia! è rimasta negli annali. Il gelo negli occhi dei suoi assistenti fu impagabile. Il silenzio del sindaco durò una vita, lo portarono via con una scusa. Mi batteva il cuore, avevo organizzato io la serata e speravo di prendere in gestione quel posto. Ma sapevo che l’avrebbero assegnato con un bando truccato a un barista amico loro. Solite cazzate. Ero giovane, non riuscivo a ribellarmi nel modo giusto, me la menavo. Così fissavo le mani di Luca e mi ricordavo che aveva mandato affanculo il capo turno in fabbrica che voleva farlo produrre di più. Aveva detto picche, che i macchinari erano pericolosi e lui con quelle dita ci doveva fare gli assoli di chitarra. Poi sempre le mani. Quelle di Ale che obbliga me e Marcus a farci sniffare i polpastrelli per poi farci realizzare che sapevano di passera. E noi giù a ridere come pazzi in un pomeriggio d’agosto.

Luca Bartolini detto “Il Bartolo”, luglio 2008

Io vengo da un posto in cui non c’è niente, la Valdinievole, una palude sconociuta tra Pistoia e Lucca roccaforte di rumeni e albanesi, camionisti e tipi allampanati. Il deserto. Avevamo bisogno di eroi. A un certo punto, nei primi anni duemila, tutti sappiamo che laggiù è successo qualcosa. Personalmente, posso vantarmi di aver conosciuto il rock and roll e non l’ho trovato nelle band americane, nella lingua fuori degli Stones, nei grandi. Il rock and roll erano dei tipi assurdi che abitavano tra Margine Coperta, il Gusci, la Nievole, Montecatini, l’Anchione e Santa Croce sull’Arno. Erano una sorta di famiglia, una cricca di gente che faceva squadra a modo proprio. Il loro pallino? Spaccare. Essere fighi con la chitarra, qualsiasi cosa volesse dire. “L’esercito dei chitarristi” lo chiamava Marcello.

Avevamo tutti la maglietta dei Draghi, font bianco e un Ape 50 stilizzato nel mezzo. Era il simbolo della nostra terra, dei vecchi al bar, di cosa eravamo noi.

Tutti questi massoni del sound, nel mondo civile vivevano sotto copertura, dandosi una parvenza di normalità per placare mogli e fidanzate e per portare a casa lo stipendio. Questo li rendeva, ai miei occhi, quasi normali, anzi li sviliva un po’. Ma fu un grande errore. I chitarristi erano gente comune che noi tutti ragazzetti nullafacenti,  avevamo investito della responsabilità di redimere le nostre esistenze scialbe, mentre loro cantavano e suonavano, che è la cosa più psicomagica della nostra cultura. Erano eroi e facevano i lavori più disparati rendendosi ancora più leggendari: uno il rappresentante di prodotti alimentari, un’altro aveva una ditta di primi piatti precotti, uno si alzava a mezzogiorno e diceva a tutti che aveva da tagliare l’erba, un’altro ancora non aveva mai lavorato è così via. Oppure. Uno aveva distrutto diverse auto e in un incidente c’era quasi morta anche la sua donna. Uno era stato in una comunità, aveva pure tentato una rapina. Era bellissimo, secco come il tipo dei Verve.

Marcello detto “Marz”, Los Dragos reunion 2012

Nella Valdinievole si suonava, la voce si spargeva, la gente passava a fare un salto anche da fuori. Nacquero molte band, dai Golden Showers ai Cosmotron, ma la punta di diamante fu solo una. Quella da cui tutto iniziò. Si chiamavano Los Dragos ed erano in tre: Marcello detto “Marz”, Sergio e Fabio, per tutti: “BillyBoy”. Sergio era il batterista, bellissimo, identico a Brandon Lee ne Il Corvo, con una Yamaha Custom nera sempre serio e silenzioso, le tipe erano pazze di lui. Arrivava la sera all’Irish Pub, l’unico punto di ritrovo che avevamo, si metteva sul muretto e fumava e ti fissava, la cosa più cazzuta e macha del mondo. Fabio, cintura nera di karate con la erre moscia e il tono di voce sempre sopra di due tacche era un ragazzone onnivoro (una volta è quasi morto per aver mangiato un pesce intero ed essersi intossicato ingoiando TUTTI i chiodi di garofano che ornavano il piatto ignaro che fossero decorativi); parlava a mitraglia, ossessionato dalla musica e da un’idea del successo distorta, simile a quella che può avere un ragazzino di dieci anni cresciuto alla tv tipo: caaaazzo diventiamo famosi e viaggiamo e sfasciamo gli hotel poi andiamo in tv. A caso. Per un certo periodo fu fissato con i videoclip. Mi parlò della sua idea di girarne uno in cui una famiglia era legata al tavolo della cena e dal piano di sopra uno cagava in un water che aveva tre tubi e finivano dritti in gola di mamma, papà e figlio, che con gli occhi strabuzzati ingoiavano la merda. Secondo lui, a Canale 5 c’era uno che conosceva e lo avrebbero passato. Sennò avremmo potuto fare quello coi calabroni che pinzavano nel muso una bambina fino a farla stramazzare al suolo. Anche quello per la tv. Questo era Fabio. Voleva arrivare, non si sa dove ma in alto. Con questo mantra ossessionava gli altri due. Il motore della band era Marcello: voce e chitarra, uno che tirava fuori una hit al giorno. Il leader, allo stesso tempo defilato, del tutto inaffidabile, autodidatta, dava pacchi clamorosi e spariva sul più bello, si presentava sul palco di un concerto importante mandando in bestia Fabio perché aveva la chitarra scordata, o si era dimenticato il plettro. Era uno psicodramma continuo. Appassionato di storie da bar, apparentemente distaccato da tutti, non avevi mai idea di cosa potesse pensare e ogni tanto emanava vibrazioni di puro pericolo. Gli mancavano dei denti, aveva avuto la gotta e suonando sudava così tanto che corrodeva le corde della chitarra. Era un manico, mai visto nessuno chiavare così lo strumento.

David, Sala prove a Santa Croce sull’Arno, 2007

I Los Dragos suonavano garage, rock and roll e altra roba molto distorta e avevano stile. La prima volta che li vidi era allo Zero Zero Ufo di Montecarlo. Il posto era strapieno, c’era gente strana, pareva di essere a Londra, altro che nei campi prima di Lucca. Iniziarono a suonare a luci spente, oscurati al pubblico da un sipario. Era un crescendo di pulsazioni e vibrazioni, la batteria rullava e le chitarre salivano sature, fino a fischiare. Poi partì il ritornello e venne giù la tenda. Avevano foderato il palco di carta bianca, erano vestiti di bianco e con gli strumenti bianchi, avvolti di luce.

Gli stavo accanto e capivo che erano davvero rock and roll e che io non lo sarei mai stato. 

Un volume spropositato. La gente iniziò a pogare, erano tutti fuori di testa. Sembrava una band americana. Sembravamo tutti in America, sembrava che stesse succedendo qualcosa. I Draghi erano potentissimi, grezzi e veloci. Il sound delle chitarre era bombato dai pedali fatti a mano da Mr-T, un taciturno personaggio stile Kerouac, che aveva forgiato i suoi fuzz da calotte di interruttori ospedalieri (se non ricordo male). Le chitarre grattugiavano il cervello. Mi ricordo distintamente di uno che piangeva di gioia camminando in tondo al centro del pogo, come fosse un miracolato e avesse visto la Madonna. Marcus stava in un angolo a fissare la scena pietrificato. Marcello non sapeva l’inglese quindi cantava una sorta di grammelot, Fabio suonava delle Intermark, le prime chitarre giapponesi che modificava da solo. Si muoveva come un serpente grasso, facendo un gran casino e sporgendosi sul pubblico. Sergio smascellava, sudato, mezzo nudo sulla batteria. Non c’era posa, era tutto teatro. Non avevamo mai visto niente del genere. È stato un attimo eterno.

Fabio detto “Billy Boy” e Sergio, Los Dragos reunion 2012

Bastò quello per sviluppare attorno a loro un seguito di intrippati e imbucati, gente dispersa che cercava la redenzione. Io ne avevo paura. Bevevo meno di loro e fumavo meno di loro e avevo visto meno mondo di loro. Erano più grandi e non avevano il senso del pericolo o del dolore. Volevo stargli attorno, suonavo anche io, ma erano irraggiungibili. Mi succedeva come a scuola da bambino, trovavo dei tipi schivi, da cui volevo essere accettato ma che spesso non mi consideravano. Gli stavo accanto e capivo che erano davvero rock and roll e che io non lo sarei mai stato. Mi faceva schifo vomitare se ero ubriaco, ero in para che mi levassero la patente e andavo in ansia con quelle canne. Loro no. Anche per questo ne eravamo tutti affascinati. Avevamo tutti la maglietta dei Draghi, font bianco e un Ape 50 stilizzato nel mezzo. Non diceva niente e diceva tutto, era il simbolo della nostra terra, dei vecchi al bar, di cosa eravamo noi. Finalmente non più un buco di culo in provincia aka Valdinievole, ma la Tears Valley, un posto con un sound della madonna. Fanculo Firenze e i fiorentini con le loro smanie, fanculo Milano modaiola e pure Bologna underground. Era tutto finto se paragonato ai Draghi.

Giravo sul pandino con Marcus alla guida, giorno e notte ascoltando la musica. La sera scavalcavamo la recinzione dell’Autogrill di Serravalle e facevamo le due scolando il limoncello di suo nonno e ascoltando i Draghi. Avremmo potuto mangiare la pappa in testa a chiunque con le nostre storie, con la nostra musica. Sapevamo di avere una marcia in più per la loro influenza e li studiavamo come Lucrezio studiava Epicuro, per capire il segreto della vita. Se eri in grado di suonare la chitarra in quel modo, eri in grado di affrontare qualsiasi cosa. Come avremmo fatto a non farci mettere i piedi in testa nel mondo? Come avremmo fatto a capire chi eravamo? Solo l’appartenenza a quel sound ce lo diceva. Ascoltavamo i Motorhead, i Black Lips, i Liars, i Doors, Link Wray, i Nuggets, i Ventures, gli Stooges ma niente era come i Los Dragos, ed erano di Montecatini Terme. Il sindaco non lo sapeva, ma anche se lo avesse saputo non avrebbe capito niente. Avrebbe dovuto chiamare l’ambasciata, gemellarci con Memphis, organizzare un tunnel tra gli Usa e noi, sfruttare quella scintilla di vita al posto del turismo per i malati di reni che si curano alle nostre Terme. Ma chiaramente non è successo. Era tutto genio sprecato. Loro erano vite sprecate. Stavano facendo qualcosa di grande ma c’era sempre l’insidia che non l’avrebbero portata a termine. Questa era la nostra maledizione, essere sempre a un passo dalla perfezione ma perdersi in cazzate. A un certo punto i Draghi Sarebbero dovuti partire per un tour negli Usa ma non succedeva perché le fidanzate di uno di loro rompevano le scatole. Cose così. Ridicole. Erano la cosa più rock and roll in Europa e non riuscivano ad andare su MfuckingTV. Sapevamo che erano in grado di tenere testa a qualunque di quelle band e che avrebbero potuto ottenere lo stesso successo. I loro pezzi erano delle hit. A Montecatini, pazzesco, nella città delle ballerine e delle puttane, avevano predetto l’ultimo colpo di coda del rock prima dei Black Keys, degli Hives, dei White Stripes. E nessuno lo sapeva, ma noi si.

Marz a un barrino di frontiera dei suoi, all’Albinatico

Pochi anni dopo si sciolsero, non so nemmeno il perché. Divergenze credo. Tutti e tre hanno fatto altre cose. Ho scritto questo pezzo senza andare a chiedere niente a nessuno, senza verificare le fonti. Non so se quello a cui strinse la mano il Bartolo era il sindaco o un assessore, non so i nomi delle band, non so le storie esatte di molti di loro. Non sono un biografo. È probabile che molti di quelli di cui ho scritto non si ricordino chi sia e mi sta benissimo così. Ho voluto lasciare intatta la matrice onirica che mi lega a queste persone, raccontare quello che per me hanno rappresentato, anche se loro non lo sanno. Quando sono andato a Milano parlavo a tutti dei Draghi, mi sembrava di essere nella modernità e volevo portare i nordici a vedere di cosa eravamo capaci io e quelli delle mie parti, ma nessuno mi dava retta, il rock and roll era già finito. Poi ogni tanto tornavo a Montecatini. Lo stradone che portava dalla casa mia al centro lo chiamavano tutti Campigli e già alle 19 c’erano le ragazze che battevano in minigonna, unica attrattiva del posto assieme al porchettaro. Percorrendolo da Monsumano entravi sulla rotonda dei Carabinieri, giusto adiacenti a quelle strade di trasgressione e passavi la farmacia e la Conad, la videoteca e un altro nugolo di ragazze, stavolta nigeriane fino alla rotonda successiva. Lasciatosi alle spalle tutto questo, si arrivava al parcheggio dell’ippodromo, li c’era lo Sheraton Mammuth Hotel, la sala prove dei Los Dragos, dove sentivo rombare le chitarre. Oggi tutto tace, Montecatini è sempre uguale, ma ogni volta che ci passo, io sento ancora quel suono.

 

Ray Banhoff

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