Archivi del mese: Ottobre 2016

Il Cartello è meglio di Narcos

Ok, compendio di letteratura. La gente non sa di cosa parla, e anche questa è cosa risaputa. Leggi un commento via tweet però e ti si apre un’autostrada davanti. Ecco vedi, dici dopo aver letto il commento, vedi? È proprio così. E infatti è più o meno così.

Tutto questo per dire che chi dice che le serie TV sono il romanzo di questi anni non ha capito granché, visto che tutte le serie TV della madonna, quasi tutte sì, sono tratte da romanzi e romanzi. Quindi, di che stiamo a parlare?

Ok, ordine. Il commento: “Il cartello di Don Winslow non è niente di che, pare Narcos ma con frasi più brevi”. Va da caso che io sto leggendo proprio Il Cartello in sti giorni; va da caso che di leggere Don Winslow ne ho proprio sentito il bisogno; va da caso che mi stia pure piacendo; va da caso che io – nonostante alcune cose mi piacciano altre cose, delle tantissime che quello stronzetto figlio di puttana di DW ha scritto, no – io, dicevo, Don Winslow lo adoro quasi quanto Ellroy. Va da caso tutte ste cose, quella frase mi ha proprio fatto pensare.

Punto primo: che cosa vuol dire quel commento? Vuol dire tanto, tantissimo. Vuol dire che il libro non gli è piaciuto, grosso sbaglio, e non gli è piaciuto perché è Narcos ma con frasi brevi. Ora: Narcos è la storia di Pablito Escobar in Colombia e il Cartello è, come dice Ellroy in cover, il Guerra e Pace della lotta alla droga ma in Messico. Quindi l’accostamento tra i due ci sta. Ma, spiegatemi meglio, significa che le serie TV sono come e meglio dei romanzi? significa che oramai quando leggiamo un romanzo li pensiamo, vediamo, addirittura li scriviamo (li scrivono) come fossero serie TV? Sì e sì. Ma attenzione, care mie belle vittime del marketing: Narcos è tratto da un libro, anzi da vari libri, e i dialoghi non sono poi così tanto lunghi, ecco. Ergo: è vero che anche Narcos è un romanzo ma con frasi brevi. Mi chiedo: ma cosa ci aspettiamo oggi da un romanzo? Che sia qualcosa di russo con descrizioni al centimetro spaccato? Che sperimenti forme di linguaggio avanzate? Forse, che sia un romanzo e basta; un romanzo è quel qualcosa che non puoi che gustartelo se non leggendotelo.
I pensieri dei protagonisti, per esempio, dove li mettiamo? In un’inquadratura?

Detto questo poi, DW scriveva così da prima che le serie TV diventassero mainstream, probabilmente alcune serie TV le hanno fatte così perché c’erano dei libri scritti alla DW e sapete cosa, funzionavano. Tutto questo per dire che chi dice che le serie TV sono il romanzo di questi anni non ha capito granché, visto che tutte le serie TV della madonna, quasi tutte sì, sono tratte da romanzi e romanzi. Quindi, di che stiamo a parlare?

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“Good guy” dice Ellroy di Don Winslow

È Narcos con frasi brevi è un commento pigro per gente pigra che vuole fare la figa, senza giudizio di merito (magari chi l’ha scritto è pure stra interessante, niente di personale, oltrettutto per un tweet, ci mancherebbe), anche perché lo siamo tutti gente pigra che vuole fare la figa in un mondo pigro (che conserva a sprazzi punte di lucidità mentale imbarazzanti, magari spese in contesti a dir poco sprecati, tipo alla terza birra nel pub sotto casa, o in macchina mentre parli al telefono di spermatozoi e ovaie).

Il Cartello è storia di storie vere, di buchones che vanno in giro con pistole .45 piene di diamanti che formano la scritta Vivi libero in spagnolo, di federali e governi al soldo dei boss, di un mondo che si è dimenticato di redimersi prima ancora di nascere, di destino, perché superata una certa soglia, che la superi con scelte che fai anche se non le fai, e questa è vita di tutti noi, anche se qui viene portata all’estremo, superata quella soglia sei quello che sei, sei il tuo passato, sei appunto il tuo destino. Se sei un boss non hai altra scelta che restare un boss, costi quel che costi. La vita offre sempre un pretesto per prenderti ciò che vuoi. Un pretesto, non un’occasione. È diverso. E ti offre anche, subito dopo, una scusa per non essertela presa, nel caso.

Di questo parla Il Cartello. Di questo parla Narcos. Di questo parlano le cose che mi piacciono, romanzi o serie TV. Le frasi brevi le hanno tutte e due. Uno è un romanzo. Una è una serie. Chiuse le trasmissioni.

@moreneria

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Il nuovo Foglio è un po’ boh

Questo pezzo lo abbiamo scritto una settimana fa, poi lo abbiamo lasciato decantare per vedere se cambiavamo idea. Oggi, dopo la lettura del secondo numero de Il Foglio del Lunedì, abbiamo deciso di pubblicarlo.

La recensione del primo numero del nuovo Foglio del Lunedì potrebbe essere riassunta in: che due palle o, se proprio vogliamo fare i radical chic, in “che noia”.

Facciamo una premessa. Il Foglio è un quotidiano fondato da Giuliano Ferrara, che è Giuliano Ferrara (ognuno avrà la sua idea in merito ma Ferrara è uno dei pochi veri intellettuali di questa disperata Italia), e ora diretto da Claudio Cerasa, giovane giornalista molto capace, interista e appassionato di politica. A me Il Foglio piaceva da matti. L’ho sempre considerato il miglior quotidiano perlomeno come qualità di scrittura. E del Foglio mi piacevano soprattutto l’edizione del sabato, che era (ed è) una pamphlet culturale di stampo conservatore, e l’edizione del lunedì, curata da Giorgio Dell’Arti, dove si ripubblicavano i pezzi più interessanti usciti nella settimana precedente. Della settimana precedente poi venivano pubblicati anche le notizie di cronaca nera selezionate dal Dell’Arti o dal suo staff scritte in uno stile asciutto, biblico direi. A me il Foglio piaceva. Fino a quando non è arrivato Cerasa. Che apprezzo tantissimo, che scrive da dio, che ha tutti i meriti per stare dove deve stare (checché ne dicano i detrattori) ma che a mio avviso non fa un giornale così brioso, divertente, fuori registro come lo faceva Giuliano Ferrara. Questa non è una colpa perché essere Giuliano Ferrara e fare un giornale come Giuliano Ferrara senza chiamarti Giuliano Ferrara è impossibile. Quindi ben vengano i cambiamenti di Cerasa. Però.

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Giuliano Ferrara, Roma 2015. Foto: Ray Banhoff

Però amo i colpi di scena, i fervidi detrattori e bastian contrari, quelli che osano, che pur di sconvolgere e stupire darebbero chessò un dito un braccio un occhio un bacio perfino a  un coglione conclamato, chessò Matteo Salvini. E se cambi il Foglio del Lunedì mi aspetto un Foglio del Lunedì brillante, coraggioso, spiazzante, giovane e colto come il suo direttore. Ma, dopo aver visto il suo Foglio del Lunedì, mi viene da dire: non sarà più vecchio dei vecchi. O forse è Giuliano Ferrara a dimostrare che l’attitudine al rischio, al bello, all’inconsueto, non è una questione anagrafica ma dipende da un’inquietudine e da una tensione emotiva che o si hanno o non si hanno? E poi che c’entra se il Foglio del lunedì era fatto da Giorgio Dell’Arti? C’entra , eccome se c’entra…

Fine della premessa. Perché detto questo Il nuovo Foglio del Lunedì ha un incomprensibile pezzo di Ferrara (pazienza, non tutti i pezzi possono rapirti nella forma), un noiosetto fondo di Cerasa, una raccolta di pezzi tratti dalla stampa estera intitolata Non è Internazionale (no, non lo è, quelli di Internazionale in media sono molto più interessanti), e delle colonnine che dovrebbero sostituire le colonnine dei morti suicidi e delle notizie curiose di natura quasi sempre sessuale che c’erano prima. Solo che queste collonnine sono un “ma anche chissene” gigantesco: Annalisa Benini pilloleggia di Pastorale Americana di Roth (se proprio proprio leggetelo, o guardate il film), poi numeri numeri numeri come se non ci fosse altro di importante (oltre agli algoritmi si intende), infine una rubrica che si chiama Cosa vi siete persi, titolo che occhieggia al Mentre non c’eri di Twitter, social che oramai usano quasi solo quelli del Foglio per parlarsi con chi scrive o vorrebbe scrivere al Foglio o a IL o su Rivista Studio.

E veniamo al punto focale, al punto forte di questo nuovo Foglio del lunedì: il monotema, il tema centrale, che – udite udite – è la morte (o la vita) della carta stampata. Parentesi: io e WNR avevamo provato a tirare su una rubrica chiamata Dead Press Walking, sulla morte o sul futuro dell’editoria. Noi che la facevamo ce ne siamo annoiati dopo due puntate. E per parlare di nuovi modelli di editoria chi sceglie di intervistare il Foglio? Tyler Brûlé. Che è stato sì colui che ha creato Wallpaper e Monocle, ma li ha creati da mo’, mica ieri. Vi ricordate l’originalità, il rischio, la tensione al nuovo di cui sopra? Ecco, già mi viene male. Invece. Invece Michele Masneri fa un ritratto di TB che avercene, la storia di TB insegna assai, e leggerla tutta insieme così è cosa rara. Sto pezzo salva Il Foglio del lunedì by Cerasa. Tra le due palle iniziali e il giudizio finale c’è un articolo ben scritto. Lunga vita alla carta stampata. Lunga vita a chi si ricrede.

@moreneria

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Chi c’è dietro al video di De Niro contro Trump?

In questi giorni sta girando tanto online il video di De Niro che attacca Trump. Fa un certo effetto, si tratta di osservare una delle icone sacre del 900 che distrugge a male parole il candidato presidente. Lo definisce un cane, uno che non fa il suo dovere che non paga le tasse e confessa di volerlo prendere a pugni. Non c’è sottotesto ecco… è tutto molto esplicito. I toni di una campagna elettorale americana, si sa, sono molto accesi e molto diversi da quelli a cui noi siamo abituati. Tuttavia il video è molto interessante per vari motivi.

De Niro e Trump se le erano già dette in vecchie interviste. Trump disse di De Niro: non è certo Einstein. De Niro rispose: è solo una specie di super rivenditore di auto usate. Colpi di fioretto rispetto a questo video, ma comunque c’è un precedente.

Il video è stato distribuito dalla Anonymous Content, una società di produzione con le mani in pasta ovunque. Andate sul loro sito e capirete che ogni figata che avete visto negli ultimi anni: Revenant, Birdman, Mr. Robot, True Detective e pure la prossima serie tv ispirata a Se mi lasci ti cancello, è tutta roba loro. La Anonymous sta portando avanti un progetto di sensibilizzazione al voto che si chiama #VoteYourFuture in cui ha assemblato decine di super star americane prese da HBO, da YouTube, dai suoi attori e li ha messi dentro a video virali in cui incitano i cittadini americani ad andare a votare. I toni enfatici dello sfogo di De Niro non sono casuali. Sono stati girati più di 100 script in cui le superstar non avevano nemmeno un copione. Doveva essere qualcosa che sentivano davvero quello che veniva fuori, doveva essere roba loro. Alcuni nomi?  Julia Roberts, Robert DeNiro, Samuel L. Jackson, Luiz Guzman, Harvey Keitel, Leonardo DiCaprio, Kendall Jenner, Christian Slater, Rami Malek, Moby, Martin Sheen, David O. Russell (“Joy,” “American Hustle”), Alejandro Gonzalez Inarritu (“The Revenant,” “Birdman”), Armando Bo (“Birdman”), Tom McCarthy (“Spotlight”).

Immaginiamoci una cosa del genere in Italia. Non è possibile. Non tanto per una diversità culturale vasta quanto la distanza oceanica che ci separa dall’America, quanto per motivi dipolomatici. I personaggi dello spettacolo in Italia molto difficilmente si lasciano andare a dichiarazioni politiche, quando lo fanno sono come compromessi. La nostra politica genera sfiducia e non è credibile e associarsi ad essa prevede fare i conti con accuse di favoreggiamento, barbottini, raccomandazioni. Insomma niente di buono, poi magari tra sei mesi viene fuori un avviso di garanzia o un’inchiesta e un partito è sputtanato. I pochi che lo fanno sono mosche bianche il cui giudizio viene poi svilito dai media con fondamentalmente una bocciatura unanime: sono solo attori, che ne sanno? che è quello che ha detto Trump di De Niro in una vecchia intervista: lo amo come attore, ma cosa ne sa dell’America? Da noi sono un po’ finiti quei tempi in cui le star della tv o del cinema possono influenzare le masse, la gente preferisce affidarsi agli istrioni che le sparano grosse come Salvini, ai messia come Di Maio, alle Boschi, ai Renzi. L’ultimo che ha usato le celebrità da noi è stato Berlusconi e le ha praticamente bruciate.

Poi immaginatevi una casa di produzione italiana tanto forte da permettersi di pagare le spese legali di un progetto del genere. Immaginatevi il mare di fascicoli di querele, gli avvocati, i tempi morti delle raccomandate e delle notifiche.

Insomma Trump è criticabile, Illary è criticabile, le celebrità esprimono il loro voto come i muratori. Però dietro ogni cosa c’è sempre un significato. Anche dietro al semplice video di uno dei nostri miti.

 

WNR

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L’intervista definitiva ai Verdena

Intervistare i Verdena? Completamente inutile. L’anno scorso io e Marco Villa di Rockit ce lo siamo messi in testa e siamo riusciti a organizzare questa cosa stupenda (animata su desktop, statica su mobile). Luca è muto, Alberto é pazzo e Roberta è presa male. Me lo dicevano giornalisti, colleghi e imbucati vari del mondo del dietro le quinte. L’ambiente del giornalismo musicale è come il pisciatoio di una disco, sono tutti li a bivaccare fuori dalla porta del cesso fingendo di sapere tutto. In realtà sono tutte cazzate. Una cosa è vera però, intervistare i Verdena non è semplice. Sono decine i video su Youtube in cui rispondono a monosillabi. Ma…Perché mai intervistare i Verdena? Perché mai chiedergli del disco, di un disco che parla da solo?  Dei Verdena volevamo sapere cosa fanno durante la giornata, che pizza mangiano, dove comprano l’incenso e troiate (termine che mi ha insegnato Luca) del genere.

I tre  si manifestano come una di quelle compagnie di attori e saltimbanchi che nell’800 giravano i paesini dell’Europa sperduta o gli stati del sud negli Usa, dei giostrai zingari che percorrono mulattiere per far i loro numeri magici di fronte alla gente. Appaiono, ridono, giocano, lanciano urletti, si fanno seri e poi scompaiono senza preavviso. Non sai mai cosa puoi aspettarti. I due fratelli sono kafkiani, vivono nel paradosso. Rendono paradossale tutto quello che li circonda. Luca e Alberto hanno la spontaneità e il rapporto di due bambini, il che comprende gli eccessi di entusiasmo come gli eccessi di tensione. Roberta, che è una figura materna e protettrice, veglia su di loro dall’alto della sua calma femminile. A volte provata si, ma molto anche lei così integrata in questo trio che il solo pensiero di essere la bassista dei Verdena basta a farle superare ogni difficoltà. Comunque, come mi dirà Alberto: i Verdena sono tre fratelli. Come in una vera famiglia basta un niente e la situazione si sbilancia tutta da una parte o dall’altra. O bene bene, o male male. Quindi quello che segue è il racconto più o meno ordinato, di una giornata passata da noi di WNR e Rockit assieme alla band.

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L’appuntamento con loro è fissato in uno spazio industriale fuori Bergamo, le ex cartiere Pigna. Un posto gigante, 30mila metri cubi di ex fabbrica ottocentesca riadibita a location per eventi di microeditoria, un’area per bambini e uno spazio in cui bivacca una comune di artisti fricchettoni, diciotto circa che sta preparando una collettiva. Alberto Gottardo, il fotografo, ha a disposizione il mondo, ma chiaramente sceglie uno scantinato per iniziare, uno spazio che noi chiamiamo la cripta.

Il primo che arriva è Luca, coi capelli arruffati, un sorriso mezzo nascosto, uno zainetto liso, dei pantaloni lisi, una giacchina lisa. Dispobile, amabile.

Qui ci tengo tutti i numeri di telefono, dice maneggiando un’agendina sgualcita e armeggiando con un vecchissimo modello Nokia con l’altra mano

Ma… Quello è il tuo telefono?

Si. Ma i i numeri li tengo in agenda perché non so segnarli nella rubrica (ride). È un anno e mezzo che ce l’ho, prima non ne ho mai avuto uno.

Luca ha due case ma non funzionano. Sono come due case occupate, in una non c’è l’acqua, nell’altra non c’è la corrente. A lui piace essere così

E ti è cambiata la vita?

Naaa, perché fondamentalmente non me ne fotte un cazzo, non c’ho ne’ internet ne’ il computer. L’ho avuto per un periodo ma guardavo solo troiate, tipo incidenti, suicidi. Ero entrato in in trip folle, lo guardavo per tre ore e mi scoppiava il cranio per le vibrazioni brutte. Poi però ho guardato tanto anche i concerti vecchi, i festival, la musica insomma su YouTube. Ma alla fine son andato in nausea, era… troppo tutto.

Ma una giornata tipo tua, quando non suoni, come è?

Adesso sono fidanzato e passo del tempo con lei. Poi… boh… andiamo sul fiume… robe così. D’estate fiume, o pozze… qua (Bergamo) abbiamo le pozze che sono belle… stiamo in tenda e robe così. Poi ora non ho nemmeno una casa, o meglio ce l’ho ma è un casino, non funziona l’acqua. Non so nemmeno io dove sono nello spazio e nel tempo in questo momento.

A questo punto arriva Alberto. Lo sguardo del tutto straniato. Magrissimo. Non parla neanche. Ha un mal di testa lancinante. Attorno a lui c’è un campo magnetico di tensione palpabile, qualcosa che dice: lasciatemi stare. Dovrebbe infastidirmi, invece trovo che sia bellissimo. Lo guardo camminare magrissimo da dietro, prendersi ogni centimetro dello spazio e capisco che sta solo cercando di annusare la situazione.

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Passa una mezz’ora in cui scattiamo foto e piano piano le cose si sistemano. Tra una pausa e l’altra succede la magia. Capisco come mai i Verdena sono i Verdena. Nel silenzio di questo piano interrato gigante lo spazio è come una cassa armonica. Tutto fa eco. Siamo tutti sparpagliati da una parte all’altra a cercare di governare questa palla di tensione che circola. Teniamo una distanza di sicurezza di diversi metri l’uno dall’altro. Alberto è come un cane lupo che prende confidenza col territorio. Un lupo secco allampanato. Ti viene da avvicinarlo, ma è un deisderio che dura un secondo e basta. In questo mood surreale, i due fratelli senza neanche parlare, trovano il loro modo di rilassarsi. Come? Con la musica. Luca comincia a suonare una ringhiera con l’accendino e tutti ci immobilizziamo. La ringhiera, quel ferraccio rugginoso che ti faresti dei problemi anche solo ad appoggiartici adesso è uno xilofono, la sta armonizzando. Il suono pare giungere da lontanissimo, il posto diventa un altro posto. Dall’altra parte del muro il lupo spalanca gli occhi nel buio. Sono due fanali accesi e illuminano un volto da fumetto, con quella mascella serrata, i capelli sparati pazzi a caso. Alberto trova due travi di acciaio, saranno diversi chili l’una e comincia a batterle al suolo. Il rintocco è quello di una campana tibetana, una sorta di musica da rito medievale. Non sappiamo se siamo impietriti dalla paura o dalla potenza evocativa di quel suo gesto. È fantastico. Questi tizi fanno paura, suonerebbero anche un buco del culo con le bacchette cinesi. I fratelli non si guardano nemmeno in faccia sono separati da un muro ma stanno comunicando così. Ci sono i Verdena pazzi live nella cripta. Eh tutto così wooooah.

Da qui in poi sarà tutto stupendo. È come se ci avessero lasciati entrare nel loro mondo. La registrazione ricomincia con Alberto che parla di calcio

Ehhh ma in quegli anni c’erano i Caniggia, gli Ivair. Andavamo allo stadio con nostro padre, in curva a vedere l’Atalanta. Caniggia & co. erano dei campioni, facevano delle vere peripezie, si lanciavano come dei pazzi sui palloni. Caniggia giocava coi pantaloncini tirati su fino all’inguine, sembrava in tanga era pazzesco. Correva, correva, correva e paaaam! Quando abbiamo iniziato a suonare, sui 13 anni, abbiamo smesso di andare allo stadio.

Già suonavate a tredici anni?

Si abbiamo iniziato nell’89 io e Luca. Mi han regalato la chitarra alla prima comunione, capisci… sono uscito di testa. Lui aveva una batteria elettronica quella vera è arrivata dopo. All’inizio non usava nemmeno il pedale, suonava in piedi come gli Stray Cats.

Non è comune che dei bambini ascoltino musica così raffinata

Si si, gli Straight Cats erano il nostro gruppo preferito assieme ai Beatles. Ed eravamo invasati del punk rock. Ci ha svezzati mio zio che ascoltava Miles Davis, Tom Waits e ci raccontava le storie dei personaggi del punk, tipo che ne so quello che si lancia giù da un palazzo, uno che vola sulla folla, quindi noi ci affezionavamo ai personaggi e poi apprezzavamo la musica. Siamo cresciuti così

E il vostro pubblico era la famiglia?

Si… suonavamo davanti alle zie… ora che ci penso c’è anche un video che chissà dov’è finito. Avevamo ancora la vocina stridula da bambini (fa la voce stridula da bambino e gracchia “Luuuuuca one ciù tri for”). Luca da piccolissimo spaccava già il culo, ci avrà messo un mese a diventare bravo, è stato subito un fenomeno. (Luca imbarazzato quasi: beh insomma e guarda il pavimento). Io all’inizio non sapevo nemmeno accordare la chitarra quindi ogni giorno il pezzo cambiava…

Non ci credo proprio negli psicologi. Ci sono dei cervelli che li puoi manipolare, ma io non sono così. Io mi auto aggiusto, riesco sempre a farlo.

Com’è stata la vostra adolescenza?

Beh, noi vivevamo in un paese di duecento persone quindi era difficile trovare qualcosa da fare. In valle o suonavi, o avevi il motorino truccato e andavi in giro a sfoggiarlo tutto il giorno. Stop.
Ah poi ecco si andava al bowling la sera o a cercare di imbroccare in una piccola discoteca che c’era. Sai una cosa assurda? Una cosa che è risaputa qui in valle? Non c’erano ragazze! Negli anni 80 devono essere nate poche femmine, eravamo tuuuutti maschi. Può confermartelo anche la Robi  e le poche che c’erano venivano tartassate poverine. Quindi si, ci si è sverginati tutti molto in la e per questo si suonava. Poi per raggiungere Bergamo ci volevano quaranta minuti in motorino e io che avevo il Ciao forse ci mettevo di più. Eravamo quasi preoccupati ad andarci pareva la grande città (ride)

Sembra una di quelle storie prese dalla vita di Cobain o degli Stooges e i Ramones. Non è un caso che la vostra musica nasca in un contesto del genere. Che ne dici Robi?

Sai, a quell’età quando trovi una passione puoi avere tutte le attrazioni del mondo ma vuoi fare solo quello. Io avevo il mio gruppo e vivevo aspettando che arrivasse il giorno della settimana in cui si provava. Mi ricordo benissimo il primo giorno in cui entrai in una sala prove. Era piccola, anche brutta forse, ma ho subito pensato: questo voglio nella vita. Ne fui folgorata.

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Vi è mai venuta l’idea di spostarvi, che ne so le solite cose tipo andiamo a Berlino sei mesi e vediamo che succede?

Roberta ride. La casa discografica voleva mandarci a New York, due settimane tutto pagato compreso la sala prove e noi: naaa, troppo sbattimento. Penso siamo un caso unico. Luca aveva controproposto Amsterdam ma chiaramente non è stato preso in considerazione dall’etichetta

Ma Perché?

Alberto, serio. Non avremmo combinato un cazzo. Troppe distrazioni. Poi già non siamo abituati alla città, ti immagini a New York, che è la città per antonomasia? Ci avrei messo almeno un anno per scrivere un pezzo li

Non avete paura che alla lunga essere fermi qua, chiusi tra di voi possa essere controproducente?

Adesso non vorrei dire cose strane ma noi cambiamo luogo e situazione cambiando l’aspetto della nostra musica. Sarebbe più interessante che ne so, affrontare un viaggio, un’avventura in un posto speciale, piuttosto che andare in un posto diverso a scrivere.

Voi vi frequentate anche fuori dalle prove e dai dischi?

Si certo. Siamo stati anche in vacanza assieme.

Questo è curioso, di solito le band hanno bisogno di separarsi dopo un disco o un tour. Ma voi siete diversi, siete una band a conduzione familiare e la famiglia è un elemento che ricorre sempre nei Verdena. I due fratelli e se posso dirlo: la figura materna di Roberta.

Luca sorride divertito. Lei è proprio la mamma

Roberta sembra anche che tu debba compiere una bella mediazione tra di loro, perché basta poco tra fratelli anche per alterare un equilibrio no?

Ci provo, ma la realtà è che non mi cagano di striscio. (ride) Mi danno della rompipalle come si farebbe con una vera madre

Passiamo la giornata a dire cazzate. Siamo dei paesani, caciaroni, siam cresciuti nel bergamasco, ci divertiamo con poco.

Alberto è vero?

Confermo!

Beh Alberto, si dice che anche tu abbia un caratterino difficile da sopportare

Ehhh hai voglia. Io però rompo i coglioni sulla musica. Ma sai una cosa? Non riesco molto a vederci da fuori. Poi questo è anche un periodo di tensione, si scazza anche facilmente

Come mai?

C’è tanta roba da fare, tanta pressione

Lavorate assieme da vent’anni non è facile, siete stati bravi…

Ma vedi è come se fossimo tre fratelli alla fine, abbiamo quelle litigate li ma poi delle riprese molto grosse in cui facciamo cose bellissime. Però non abbiamo mai scazzato veramente. Forse solo una   volta durante Requiem.

Invece il vostro momento più felice, umanamente, tra di voi?

L’ultimo? Mah, due settimane fa, l’ultima volta che è andata bene dal vivo.

C’è su Fb una pagina ironica che si chiama Come mai Luca non c’è nelle interviste. In realtà lui è così loquace…

Si è un peccato perché lui è molto lucido su queste domande che mi fai, io mi perdo. Lui magari ti rispondeva meglio. Mi spiace non ci sia nell’intervista.

Prima ci raccontava delle sue peripezie

Si! Ha due case ma non funzionano. Sono come due case occupate, in una non c’è l’acqua in una non c’è la corrente. A lui piace essere così, doversi arrangiare, non avere la corrente o l’acqua calda. Lui e la sua morosa si lavano esternamente… a secchiate

Siete molto più ironici di quanto fate intendere. Sembrate dei cupi e invece…

Ma va! Noi passiamo la giornata a dire cazzate. Noi siamo dei paesani, caciaroni che non sanno neanche parlare siam cresciuti nel bergamasco, ci divertiamo con poco

Però siete seri sulla vostra musica

Si, io non nascondo che secondo me siamo i migliori a fare rock in Italia. Cioè non sento altro che mi entusiasma o mi stimola così come la nostra roba. E lo penserei anche se non fossimo famosi penserei la stessa cosa. Io penso che chiunque metta su un gruppo la debba pensare così, sennò che lo fa a fare?

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Da qui in poi Alberto passerà tutta l’intervista a cercare di contraddirsi e a trovare band italiane che sono migliori dei Verdena e alla fine concluderà che ce ne sono decine meglio dei Verdena

Ascolti la musica italiana?

Non ho mai amato la musica italiana, mai. Non riesco a capire, mi fa venire l’angoscia. Quello che facciamo noi non me la venire, quindi per me siamo i migliori. Però a livello mondiale no eh… (ride) li ce ne son tanti da scavalcare (ride) Ci sono per esempio i Jennifer Gentle che sono epici, per me lui è una specie di Mozart, fa delle robe che non potrei mai fare, non ci arriverei mai. Morgan anche se è sputtanatissimo ha fatto Canzoni dell’appartamento che è un capolavoro, io non saprei mai scrivere un disco così perfetto. Testi, orchestrazioni. È uno dei pochi che non mi fa venir l’angoscia.

Qui Alberto diventa onomatopeico, fa le imitazioni, si sbizzarrisce

La musica italiana è fissata con la nota fissa tipo na-na-na-na-naaaaaaaana ci metti un sacco di parole e questa roba mi fa andar fuori di cranio. Oppure l’enfasi di quelli che partono piano e poi ahhhh ahhh (simula una specie di orgasmo) e sembra tutti che vengono. Vedi un sacco di cazzi che vengono. Porca puttana… non lo sopporto. Vasco è quello che regge di più la situazione e la butta sul rockstarismo vero (lo imita con la voce roca dicendo: sono veramente una rockstar cazzo).

Vasco ti piace?

In generale si… è molto triste Vasco, un po’ Fantozzi, mi viene un po’ da piangere quando lo ascolto. Tornando alla musica anni 80 italiana c’erano delle belle voci, tipo Mia Martini… poi avevano tutti la voce gracchiante alla Cobain, adesso sono tutti così puliti. Mi dispiace che la voce rauca non ci sia più. Cocciante, Masini quelli quando urlavano gli entrava il distorsore.

Io non nascondo che secondo me siamo i migliori a fare rock in Italia. penso che chiunque metta su un gruppo la debba pensare così, sennò che lo fa a fare?

Mi ha detto Iosonouncane che suonavate Andamento Lento di Tullio De Piscopo

mmm, no. Non ricordo. Però Luca ha imparato a suonare la batteria grazie a una videocassetta sua. Diciamo che è il suo maestro. Te lo ha detto Iosonouncane? Che disco bellissimo ha fatto. Anche lui ci supera.

E l’hip hop lo ascolti?

No. Ma Fabri Fibra è il migliore, mi tocca proprio. In furgone me lo facevano togliere. Mettevo il primo disco che hai dei testi pazzeschi, scabrosi o violenti al punto che ogni tanto qualcuno mi urlava: togli sta roba! (ride) Forse anche Fibra ci supera.

Senti, parliamo dei tuoi di testi. Tu non vuoi mai parlarne, io li amo tantissimo, mi pare poesia surrealista, beat

Per me il testo è importante quanto la musica. Se scrivi una roba brutta peggiori il pezzo. Come se ne scrivi una troppo bella. Però non saprei mai parlare di politica, non ci starebbe bene sulla nostra musica, non lo sentirei mio e non sono neanche abbastanza intelligente per saperne scrivere

Odio il varietа, annoia la cittа/ E dalle feste private si sente un oboe suonare… non è parlare direttamente di politica o società ma è comunque un’analisi. Sembra un testo di Kerouac o Burroughs

(Alberto ride, sorpreso) Si, sono i riferimenti da cui ho sempre preso da quando son piccolo, sempre grazie allo zio di cui ti dicevo. Ci faceva leggere. Per noi lui era un dio. Leggeva proprio Kerouac e Burroughs soprattutto. Di lui ho letto Porto dei santi che mi ha distrutto il cervello. Ci ho tirato fuori un sacco di testi da quel libro

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Ah si?

Si. Ricordo un passaggio in cui descriveva un prato pieno di girasoli, però al posto dei fiori lui  vedeva solo cazzi che si giravano dalla parte opposta del sole… io impazzivo. Le sue visioni mi facevano sentire come sballato, mi girava la testa. È pazzesco quanto il nostro primo disco sia improntato sul sesso, Vera parla di uno che si fa fare un pompino. Vabbé che avevo diciotto anni… Anche Valvonauta, quell’affogarsi.. ma di cosa? Di seghe! (ride) Sto bene se non torni mai, va benissimo comunque, anche se non ci sei, oppure penso sempre allo stesso…

Ma davvero??? Io credevo parlasse di suicidio! Mi risolvi un trip che dura dal 1998. Avevo un’immagine di te autodistruttiva

ahahah. Beh un po’ è autodistruttivo farti le seghe. Io i testi li capisco dopo tanto tempo, non voglio essere molto chiaro sinceramente. Voglio che non siano di disturbo alla musica, ma tanta gente ha letto in interviste o siti che a me dei testi non interessa, però è una cosa poco veritiera.

Comunque c’è sempre tensione erotica nei tuoi pezzi. Ho perso l’amore ora so/ l’ho sparso al suolo ora so…

apparte quando non suonavamo, non stavamo in sala, il sesso per me era la cosa principale. Ma ancora adesso lo è, però non è una cosa così primordiale da metterla nei testi. Adesso son sposato ho dei figli, non scriverei mai più una cosa del genere. Tanti anni fa venimmo a sapere che Lindo Ferretti aveva letto i testi del nostro primo disco, tramite il nostro discografico, e aveva detto solo: anch’io, se avessi avuto sedici anni avrei scritto queste cose. Ah ecco anche lui spacca! Lui è davvero un numero uno.

Noi siamo dei bambini, anzi io sono un bambino.

Hai mai pensato di pubblicarli come poesie?

Mmm, no (fa una faccia allibita come se gli avessi chiesto la cosa più assurda del mondo)

io ci vedo delle cose si, ma magari tu ce ne vedi altre, potremmo trovarci in disaccordo, rovinare un pochino la situazione

Ma no, anzi. Tu sei l’autore. È normale che io gli dia un significato, ma per me è troppo più importante sapere la tua visione della cosa

allibito mi chiede Non è che poi non ti piace più il pezzo?

Ma va!

Invece la frase la psicanalisi non funziona più come io vorrei?

Era forse un momento dei più brutti della mia vita come stato psico fisico. Mia madre mi impose di parlare con uno psicologo. L’ho visto solo una volta o due, ma mi stava antipatico

Non hai fatto un percorso di analisi?

No no no. Non ci credo proprio negli psicologi, secondo me sono un’organizzazione a delinquere. Non li vedo sul pezzo. Ci sono dei cervelli che li puoi manipolare, ma io non sono così. Io mi auto aggiusto, riesco sempre a farlo. Secondo me tutti ce la possono fare.

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Forse dici così perché tu hai avuto la possibilità di sfogarti con la musica

si in effetti io ho sempre fatto quel cazzo che volevo fino a adesso. Non sono calcolabile in sto discorso. L’univa cosa che mi distruggerebbe sarebbe se morissero i miei figli allora si che avrei dei gravi problemi. Essere genitori è così vorresti che tuo figlio avesse la meglio vita del mondo. Tu vai in secondo piano. Può andarmi anche tutto storto, tipo se finissero i Verdena, dovrei trovarmi un lavoro artigianale perché non ho mai studiato, ma non sarebbe così grave, sarebbe un bel cambiamento. Io leggo lo Zen mi piace un  asino quel modo di pensare. Lo zen aiuta a trovare il lato positivo in ogni cosa, ma se succedesse ai miei figli non riuscirei mai a trovare un senso.

Tu Alberto sembri attratto dal lato oscuro, dal caos più che dallo zen

Si, disordina molto l’aria, i sentimenti e ti allontana dalla realtà (ride) ma sono anche un estimatore di musica classica.

No ma intendo anche al di fuori della musica.

Si, quando mi incazzo mi incazzo, anche fisicamente. Tipo che ne so se ci sono delle piante mi dispiace per le piante ma il vaso parte, poi lo ripianto perché mi sento il colpa. Ma anche questo è zen. Non ricordo ma leggevo che i guerrieri prima di andare in guerra spaccavano qualcosa, magari qualcosa di prezioso. È liberatorio, dopo hai una super tranquillità. Come dopo un concerto. Dopo un concerto io sono la persona più calma del mondo, niente mi tocca. Invece il concerto è la guerra totale

Eh, spesso devo dire si avverte. Cioè prima di vedere voi nel 2001 non mi era mai capitato di vedere il cantante di una band con gli ampli a palla, che mandava affanculo il batterista. È stata la cosa più punk che ho visto

ahahah succede spesso si. Nel 96 mi son talmente girati i coglioni, oltretutto avevo un unica chitarra e gliela ho lanciata addosso a Luca non so come ho fatto a non ucciderlo. Lui non si è fatto un cazzo. È anche un brutto ricordo ora che ci penso, ma in effetti arriviamo a quei livelli anche. Cioè sul palco non esiste il tempo, non esiste l’amore, non esiste l’odio, esiste solo la cazzo di musica che deve essere fatta in modo più perfetto possibile e dare più energia possibile. Noi ci sentiamo sempre impediti a suonare e qualsiasi piccolezza ci sembra un enormità

Vi sentite impediti a suonare? Davvero?

Si! la Robi no.

Tu Roberta che ne pensi?

Ma va! Penso che voi (rivolta a Alberto e parlando di lui e di Luca) sapete fare una cosa nella vita: suonare e penso che dovete fare quello. Quando non lo fate è perché non volete

Alberto si spiega Si ma solo sul palco succede, poi una volta scesi ci sono due strade: o è tutto un disastro o è tutto fantastico. Ma quando è bello, è veramente bellissimo

ma tipo ogni quanto succede?

Se abbiamo fatto cinquanta date… sei o sette, poi ci sono le medie che son andate cosi e cosi e poi ci sono quelle brutte. Quando suoniamo male il pubblico se ne accorge e non applaude

Roberta trovi che Alberto sia un po’ troppo auto critico in questo?

Si! Ma infatti quando scendiamo dal palco e loro si piangono addosso con la cantilena del facciam cagare io me ne vado, non gli rispondo neanche tanto che mi girano i coglioni

(Alberto ha un’illuminazione) Vedi, noi vorremmo far felici tutti. Ma non si può.

Tu vorresti che il pubblico fosse felice dopo un concerto?

il pubblico e noi, si.

Non lo trovi utopico? È quasi un messaggio evangelico. È molto più arduo che parlare di politca nei testi

Sicuramente la politica non porta la felicità

Sai che è un atteggiamento tipico dei fanciulli? Volere la pace nel mondo, dico.

Noi siamo dei bambini, anzi io sono un bambino

Ray Banhoff

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Le frasi più fighe di Manuel Agnelli

Quando è cominciata a girare la voce che Manuel Agnelli sarebbe stato uno dei giudici di X-Factor, abbiamo stappato una boccia dalla gioia. Manuel Agnelli è un po’ come Leopardi, tutti credono sia un pesantone invece ha uno humor nero e scherza sui suoi amici che lo chiamano Piton per via dei capelli… Ha pubblicato un libro ormai introvabile con Mondadori che si chiama Il meraviglioso tubetto in cui il tubetto era quello che aveva usato durante una sua masturbazione provando la gioia più grande della sua vita. Uno che fa una cosa del genere ha auto ironia. Nei suoi testi ha detto di tutto senza mai essere un rompicazzo. Amore, vita, amici. Di questo parla di solito. Anche quando è politico, lo è con il giusto distacco. Insomma ha scritto delle ottime cose. Godetevene alcune. ps le foto strafighe vengono da Nero e Cristallo.

Fanne quel che vuoi, di noi
Me l’hai insegnato tu
se c’è una cosa che è immorale
è la banalità.

(Bianca)

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Tutto è efficacia
e razionalità
niente può stupire
e non è certo il tempo
quello che ti invecchia
e ti fa morire
ma tu rifiuti di ascoltare
ogni segnale che ti può cambiare
perchè ti fa paura
quello che succederà
se poi ti senti uguale
ma non c’è niente
che sia per sempre
perciò se è da un po’
che stai così male
il tuo diploma in fallimento
è una laurea per reagire

(Non è per sempre)

 

Imparare a barare e sembrare più vero
due miserie in un corpo solo

(Il sangue di giuda)

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E con l‘abitudine ti spengon già
dando alla violenza una profondità

(Posso avere il tuo deserto?)

 

Hai la rivoluzione in te
mi convinci a risorgere
gioia sperimentale
le tue mani sopra di me
l’errore più geniale
l’errore più geniale

(Elymania)

 

Ma perché tutto questo volere non diventa energia
e non ci spazza via?

(Come vorrei)

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Ma la cosa più strana della nostra vita
E’ che scivola fra le nostre dita
Mentre ci uccide l’anima
Mentre ci uccide
Proprio come tutto il resto fa

(Pop)

 

E puoi maledire
la tua bocca
se sbagliando mi chiama
quando lui ti tocca
cercherò su di me
la tua pelle che non c’è
ti entravo, in fondo
dentro, lo sai
soltanto per capire chi sei

(Pelle)

 

Un mondo di tasse
scorre via
sognavo diversa
l’anima mia
questa pazza cifra qua
non è mia
la sostanza si vendica
sulla poesia
un mondo di tasse
scorre via
poga e paga
anima mia

(Questo pazzo mondo di tasse)

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Spiego ai miei sogni
il concetto di onestà
loro che si son trasformati
in una professione adatta
voglio la verità che ricordavo
perché questa è troppo brutta
sono sano cosi?
è così ch’esser sani?

(La verità che ricordavo)

Cosa farete quando la novità che rappresentate sarà finita?
vi appellerete all’inutilità della puntualità
della puntualità
Milano non è la verità

(L’inutilità della puntualità)

 

Stringimi madre, ho molto peccato
Ma la vita è un suicidio, l’amore un rogo
E voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida
Senza un finale che faccia male
Coi cuori sporchi e le mani lavate
A salvarmi, vieni a salvarmi, salvami
Bacia il colpevole se dice la verità

(Voglio una pelle splendida)

 

Come pararsi il culo
e la coscienza è un vero sballo
sabato in barca a vela
lunedì al leonkavallo
l’alternativo è il tuo papà
l’alternativo è il tuo papà
Sui giovani d’oggi ci scatarro su
Sui giovani d’oggi ci scatarro

(Sui giovani d’oggi ci scatarro su)

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Cos’è che non mi piace
in questo baraccone?
sarà che dentro è triste
e starne fuori è una prigione
ho valutato i pro e i contro
di una vita rampante
scoprendo che l’amore passa
l’herpes è per sempre
non si esce vivi dagli anni ’80 . .

(Non si esce vivi dagli anni 80)

 

Vivere male prima o poi ti fa male
e
 tu vendi come un sogno la normalità
c
he mi ucciderà
non riesco a godere della tua velocità
non mi fai gioire della mia felicità
questo non è quello che vorrei
per me, per noi
non voglio ciò che hai
credi di far sognare
e
 la verità è che la gente sta male
inseguendo ogni giorno la normalità
che ci ucciderà

(La gente sta male)

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Fai ciò che devi
non guardare mai giù
perché sei ciò che vedi
se c’è un senso sei tu
E tutto è tranquillo
intorno a te
Sei carne fresca
non so dirti perchè
ma è dentro te che sei solo
è dentro te che sei re
tutto è calmo
intorno a te

(Carne fresca)

 

Voglio vivere nel sole
voglio avere un grosso uccello
forse non sarà importante
ma in fondo è proprio bello
e finirla di sentire
che mi sto prostituendo
perchè faccio ciò che voglio
e mi fa sentire meglio

(La sinfonia dei topi)

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Lasciandoti fottere forte
per spingerti I presagi
via dal cuore su in testa, sopprimerli
non sai, non sai
che l’amore una patologia
saprò come estirparla via
torneremo a scorrere
torneremo a scorrere
eroe del mio inferno privato
se in giro di routine
indossi il vuoto con classe

(Ci sono molti modi)

 

Quello che sognavi ti fa ridere
da quando sai che non lo puoi pi avere
ma l’odio un carburante nobile
e scommetto che non cos male
tradirsi con rispetto, perch vivere reale
e vivere cos, non somiglia a morire?
e forse fa un po’ male, forse fa un po’ male

(Tutto fa un po male)

William Paradoxal

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Scrivere messaggi crea ansia ed è il passato

È dura, ma penso sia arrivato il momento di affermare una realtà amara. La scrittura come gesto è del tutto superata.

LE CHAT

Dopo la ganzata iniziale del mondo chat, ormai anche solo ricevere dei messaggi in chat crea ansia. Quel continuo plin plin con cui si manifestano, all’apparenza innocenti, è ormai insopportabile.E rispondere. Rispondere è la fatica più grossa. Ti viene da vomitare. È un gesto insopportabile che ti sconcentra e ti rende anche insopportabile. Nel mentre che fai mille cazzi devi metterti li e perdere minuti per rispondere su WhatsApp con faccine e cagate. Ma muori dentro perché SAI che stai perdendo tempo.
Continuano ad aumentare i morti alla guida, le autostrade ti supplicano di non chattare scrivendolo nei tabelloni luminosi, ma niente. Siamo schiavi di questa shit.

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FILE AUDIO

Solo gli audio sono una micro forma di comunicazione accettabile. Gli audio sono accettabili nella misura in cui non superano i 12 secondi. Quelli oltre il minuto uno li bypassa a meno che non si stia divertendo a giocare a walkie talkie con un amico.

LA TELEFONATA

La telefonata invece ormai è proibita. Si chiamano solo e sempre le stesse persone. La chiamata di uno che non conosci può avere due ragioni: uno stronzo call center o uno che sta invadendo di brutto la tua privacy. Chiamare al tel qualcuno è una cosa intima, non puoi farlo alla leggera. Al giorno d’oggi chi ha tempo per una chiamata al telefono?

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E LA SCRITTURA?

Questo si riflette su tutta la comunicazione. Principalmente sulla scrittura, che sparirà del tutto. Avremo una sorta di Siri ogniscente a cui detteremo tutto e che leggerà tutto per noi. Il che non è poi così male.
Scriveremo a mano magari, si forse si. Ma saranno pochissimi intrippati e feticisti della carta a farlo. Il resto lo detteremo a Siri, la nostra stenografa, così potremo fare altre cagate in contemporanea e avere sotto lei che legge per noi. Magari con la voce colta e calda di Giancarlo Giannini o di Nina Zilli.

Inutile storcere il naso, arrabbiarsi o comprarsi un’altra Moleskine. È il passo dei tempi. L’importante continuerà sempre e solo a non essere la forma, ma IL CONTENUTO.

 

WNR

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Il trip totale di Marina Abramovic

In questi giorni in Italia è stato proiettato The space in between, l’ultimo lavoro di Marina Abramović. Si tratta di un documentario che racconta la sua esperienza spirituale in Brasile. Dura quasi un paio di ore ed è stato girato nel 2013, dopo un periodo di forte crisi personale dell’artista.

Il Brasile. Un posto assurdo, fatto di esotico misticismo e frontiere a noi sconosciute. O basterebbe dire: un posto con la giungla.

La Abramović. Fondamentalmente una pazza totale. La guardi in faccia mentre parla e non puoi notare gli evidenti tratti di egomania e narcisismo che presenta. A volte mi pare una sorta di versione hippie super colta delle Kris&Kris. Frida Kahlo mista alla Bignardi in chiave te la meno tutta la notte con una performance che se si fa un account su FB magari ci scrive: città Milano (India). Dio sia grato a Virginia Raffaele per l’imitazione che ne fece.

Ma… C’è un ma.

The space in between è veramente interessante. Anzi è bello. La sua virtù principale è che ti apre degli squarci su un altro mondo: quello spirituale. Fin qui niente di nuovo, ogni giorno ci provano il Papa al tg, i testimoni di Geova fuori dalle fermate della metro, tua nonna che ti dice che pregherà per te. Ci provano ma niente… Nessuno ci riesce.

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Perché noi dobbiamo correre e correre e correre e mica pensiamo a morire. Però tu sai che c’è qualcosa che ti sfugge. Lo sai ma non ci vuoi pensare. Rimandi tutto a un attimo prima di schiattare, quando ci si fa la pipì addosso e si chiama la mamma perché non si sa cosa c’è dopo. Quindi, benvenuti nello space in between, quello spazio in cui si è completamente aperti al destino, al nuovo. 

Questo documentario racconta il viaggio dal guaritore Joao de Deus, uno in grado di aprire gente con un bisturi senza fargli provare il minimo di dolore, fino a santoni pazzi nel cuore della foresta, riti con la ayahuasca, medium che parlano della quarta e quinta dimensione e curatori di ogni sorta. Sono temi che si prestano alla facile presa in giro da parte degli scettici. Giustamente. Però come dire… È bello che sia un’artista a parlarne. L’altro giorno avevo davanti un numero di Toilette Paper che una volta amavo tanto. Lo fisso e penso: minchia che paranoia. L’ho buttato. Quelle immagini sempre lugubri, sempre sagaci. Sempre so tutto ma non so un cazzo. Ne ho abbastanza di quest’arte saccente, per colti, fredda, senza dubbi.

Invece qui vedo una sciroccata totale in cerca di attenzioni si, ma che fa riflettere me sul senso della vita. Su quanto faccio ogni giorno per me stesso oppure no. Su quante cose del mondo non conosco e non sono in grado di capire per limiti miei.

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A volte aiuta molto dire: ok questo non lo so. Ti aiuta a imparare. O ti apre un mondo e basta che non è poco. Questo è il compito nobile dell’arte.

Bellissimo quindi il documentario. Ve lo consigliamo. C’è da chiedersi come mai non lo abbiano girato in Italia un tempo considerata una terra esoterica, religiosa, sacra, ora ormai ridotta a un branco di fuggitivi che si nascondono da tutto e parlano di politica o di stronzate. L’altra cosa che mi fa soffrire è che non sia stato un artista italiano a girarlo. Mi chiedo chi minchia siano gli artisti italiani e cosa facciano, cerco di documentarmi, guardo un po’ di cose, ma tolto Vezzoli gli altri mi fanno tutti annoiare. E questo un po’ mi dispiace.

Emilio Periferico

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Musiche Banhoff, voci Siri & friends

Emilio Periferico

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Chi si pappa l’impero di Carmelo Bene?

“Non essere più, non esserci più”. Puro Carmelo Bene, facilissimo da riconoscere. Formule filosofiche e criptiche o supercazzole cantilenate sono il marchio di fabbrica che lo ha accompagnato per tutta la vita, se così si può definire l’esistenza di chi si considerava “abortito”, più che nato. Macabramente però, questa profezia sembra essersi avverata visto che, a quasi quindici anni di distanza dalla morte, di Bene non resta quasi nulla. Almeno di visibile.

L’ultimo paradosso che riguarda C.B. è il museo a lui dedicato a Otranto, che avrebbe dovuto sorgere nell’ex Convento dei Cappuccini dove, a due anni dall’annuncio, ancora non si è trovato un accordo con l’ex moglie Raffaella Baracchi e la figlia Salomè. «Siamo a buon punto con i lavori – ha detto il sindaco, Luciano Cariddi -, sono quasi ultimati. Stiamo valutando l’offerta di vendita di alcuni cimeli e diritti da parte delle proprietarie, ma dobbiamo vedere se saremo in grado di sostenere la spesa. Si potrebbe pensare a un prestito oneroso, però è ancora tutto da definire».

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Casa di Bene a Roma. Interno.

Per la realizzazione sono arrivati dall’Europa 760mila euro di fondi  e oltre 100mila euro dell’amministrazione della Città dei Martiri. Non proprio spiccioli, eppure ancora nulla si muove. Ma c’è dell’altro…

Partiamo dall’inizio. Prima del decesso, nel 2002, Carmelo Bene dispose che la dimora otrantina in via Scupoli, così come l’intera produzione artistica, andasse all’Immemoriale, Fondazione presieduta da Piergiorgio Giacchè e che il consiglio di amministrazione fosse composto pro tempore da: sindaco di Otranto, presidente della regione Puglia e presidente della provincia di Lecce. Apriti cielo.

Come mai Bene, così avverso a istituzioni e politici, lasciò avvicinare tutta questa gente al suo capitale? Una risposta maliziosa potrebbe essere che in questo modo, saltò a piè pari la Baracchi (la prima moglie, Giuliana Rossi, si tenne fuori dalla questione) e lasciò all’unica figlia la casa di Roma. A Luisa Viglietti, ultima compagna per nove anni, spettava il diritto di abitazione in via Scupoli. Ma le vie della burocrazia sono infinite e le ripetute assenze degli esponenti politici all’insediamento del consiglio, fecero mancare il numero legale e permisero alla Baracchi e alla figlia di impugnare il testamento, come eredi legittime. E quindi niente tanti saluti all’ultima compagna.

Da allora la disgregazione del capitale di C.B. non ha avuto freni, così come le cause legali che hanno visto contrapposte Luisa Viglietti, che vive “reclusa” nella casa romana, e la vedova insieme alla figlia che invece risiedono nella casa otrantina e detengono l’intera eredità (all’epoca stimata in 3 milioni di euro).  DIN DIN DIN (rumore di soldini).

“Abbiamo sempre fatto il possibile, valutando i vari progetti, ma stiamo ancora riflettendo”, ha detto la vedova Bene, nell’intervista che ci ha concesso.

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Carmelo Bene e Luisa Viglietti

L’ennesima sparizione alla vista, alla quale si aggiunge la vendita della casa paterna a Santa Cesarea Terme, dove fu scritto Nostra Signora dei Turchi . In quella splendida villa viveva la sorella Maria Teresa, che lottò fino all’ultimo per farne un museo. Ma la casa venne invece battuta all’asta per 300mila euro (la metà del valore reale) e acquisita dall’imprenditore Mirko Greco, che avrebbe voluto farne una “casa vacanze cultura”. Ecco, immaginatevi adesso C.B. a cui qualcuno parla di: casa vacanze cultura… Greco diede mandato all’architetto Luca Fiocca di realizzare il progetto, che prima si infranse sull’orinatoio in stile Duchamp e poi rischiò di finire a carte bollate: “Ho incaricato uno studio legale per diffidare il committente da una realizzazione parziale, altrimenti chiederò un milione di euro di risarcimento danni”, dichiarò l’architetto. Il classico LEI NON SA CHI SONO IO! ma poi tutto finì a tarallucci e vino e ora pare che i due abbiano trovato un accordo. Il progetto invece? Mmm no, quello è in stallo.

Aggiungete al carico pure le spoglie del Maestro, poiché manco loro trovano pace. Nel cimitero di Otranto, il mausoleo a Carmelo Bene non è mai arrivato a concretezza e le ceneri del Nostro riposano, nell’anonimato, all’interno della piccola cappella della famiglia Bleve, di fianco al padre Umberto. Che tristezza… meno male che alcuni giovani otrantini hanno riempito le mura di fronte a campo santo di graffiti, nei quali spiccano gli occhi spiritati e la dicitura: “Non resta che volare”.

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Casa natale di C.B. a Campi Salentina

Si tocca il melanconico invece a Campi Salentina, dove sulla porta della casa natale – oggi abitata da privati – spicca solo una targa, non indicata da nessuna insegna del piccolo paese.

E così, a colui che era “apparso alla Madonna”, da quell’aldilà metafisico da sempre agognato, ci starà urlando un bel “ve l’avevo detto” attraverso una delle sue profezie più inquietanti per cui suscitava scandalo nelle interviste: “Non c’è bisogno di consegnare un cadavere in pubblico per meritare la dimenticanza”.

Gianmarco Aimi

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Tutto è stato bello, anche il male.

«Non ho mai rilasciato un’intervista, perché volevo far parlare la sua opera. Chi ha detto tanto in questi anni è perché non gli voleva bene». Tremi un po’ quando ti guarda negli occhi Raffaella Baracchi, ex miss Italia ’83 e moglie di Carmelo Bene (dalla quale ha avuto la figlia Salomè). Tremi anche perché Raffaella ha deciso di aprirsi per la prima volta dopo tanti anni. L’abbiamo incontrata davanti all’abitazione di Otranto, mentre esce in tutta fretta dal portone della splendida casa di via Scupoli a fianco del castello e che affaccia sul porto, dove Carmelo Bene dalla finestra dello studio poteva “perdere i suoi pensieri nel mare Ionio”. Il dialogo verte sul museo che dovrebbe essere dedicato al maestro nell’ex convento dei Cappuccini, quasi concluso ma sul quale il Comune e le eredi non trovano un accordo.

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Da cosa nascono tanti ritardi?

Stiamo cercando di fare del nostro meglio, però in Italia ci sono certe logiche e bisogna tenere conto di una serie di cose. Magari si farà, non esattamente come desidererei. Ma finora ho combattuto per il meglio possibile e se non sarà esattamente come volevo bisogna adattarsi. E’ la politica che deve dare l’input e dal canto mio sto riflettendo.

Si faceva attorniare alle cene da certa gente, però quello è il suicidio del solitario. Infatti lui stava molto male. 

A quasi quindici anni, però, non esiste un “luogo di culto” beniano.
Quello non serve, visto che lui era già un “classico” in vita, seppur non capito a fondo. Anche per colpa sua, che si è sempre presentato in modo particolare. Ma ora tanti studiosi giovani lo stanno riscoprendo e questo conferma il suo essere un capolavoro.

Il museo, forse, si farà. Intanto anche le ceneri sono ancora nella cappella dei parenti, la famiglia Bleve. Come mai?
Il mausoleo non si riesce a completare, sempre per beghe burocratiche. E’ delirante che la questione vada avanti da un decennio: il progetto è pronto, il luogo definito, i materiali acquistati. Una situazione kafkiana, che forse farebbe ridere Carmelo. Mi prendo ancora un po’ di tempo, poi deciderà Salomè. C’è un rimpallo di responsabilità che ci ha portato a un nulla di fatto.

Il primo settembre avrebbe compiuto 79 anni. Cosa le rimane?
Carmelo mi ha cambiato la vita. Non posso ricordare un momento o una frase. Tutto è stato importante, anche il male. Potrei dire mia figlia, perché mi riporta costantemente a lui. E come il padre, lei vuole essere unica, un soggetto individuale e in questo sono molto simili. Beniani, appunto.

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Carmelo Bene, Giancarlo Dotto, Elisabetta Sgarbi

Perché ha scelto il silenzio in tutti questi anni?
Io l’ho conosciuto come nessun altro e ho accettato il modo in cui ha scelto di mostrarsi in pubblico, dicendo certe cose, anche assurde. Le faceva scrivere sui libri e poi veniva da me a piangere. Ma credo di essere l’unica ad averlo realmente capito, ad aver svelato il suo vero volto. Avevamo dei tratti caratteriali simili, siamo fondamentalmente dei soggetti solitari.

Eppure, fino all’ultimo, amici ed estimatori non sembrano essergli mancati.
Quel periodi non deve influenzare il giudizio. Si faceva attorniare alle cene da certa gente, però quello è il suicidio del solitario. Infatti lui stava molto male. Ma era una sua volontà, quella di stare male. Ci sono le persone che lo vedono in quel modo ed è giusto così, però c’è anche gente che ci sguazza in maniera nefasta e sono i peggiori. Lo fanno per tornaconto, per mettersi in mostra e sono quelli che parlano di più.

Carmelo mi ha cambiato la vita. Non posso ricordare un momento o una frase. Tutto è stato importante, anche il male.

A chi si riferisce? Uno dei più stretti e affettuosi collaboratori fu, per esempio, Giancarlo Dotto.
Non era un amico di Carmelo e non ha la mia stima. Non si è comportato come tale quando era in vita e neanche quando è morto. Non ne voglio parlare, per fargli trovare un altro senso di esistere. Perché per me non esiste e se Carmelo gli ha dato modo di esistere è stato per autodistruzione. Non ha mai capito nulla di lui.

Non ci furono amici, dunque?
Come no? Maurizio Grande, studioso della sua opera. O persone che non si sono messe in mostra, come Angelo Caselli. E’ stato il suo tecnico per anni e viveva in casa con Carmelo. A lui ho regalato le casse foniche, perché le meritava. E dopo la sua morte è stato zitto. Quelli che hanno parlato sono quelli che non lo amavano.

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Anche la vostra relazione non fu tutta rose e fiori, anzi. Si parlò di botte ricevute da lei mentre era incinta, poi la denuncia di Bene, in seguito ritirata, per tentato omicidio.
Ho sempre rifiutato di parlarne, perché la mia storia con Carmelo è stata vera, una storia importante. Tutto quello che è successo sono fatti nostri. Lui ha deciso di apparire e farmi apparire in un certo modo, ma pazienza, ne porto il peso. Conosco solo io quello che è accaduto. Chi dice sciocchezze sono persone che non conoscevano la situazione. Prego per loro, affinché la cattiveria si trasformi in bontà e facciano qualcosa di buono per gli altri per riparare al male che hanno fatto.

Tornando al museo, certamente ne’ la casa di Otranto ne’ quella di Roma potrebbero ospitarlo?
Assolutamente no. A Roma è casa di mia figlia, per volontà del padre e lei ne farà quello che vuole. Tutta la biblioteca di Carmelo, invece, sarà a Lecce. Ho donato 5mila e 840 volumi al convento delle madri Benedettine e loro sapranno conservarli. A Otranto nascerà il museo nell’ex convento dei Cappuccini, come sarà staremo a vedere.

Nella casa di Roma, però, vive ancora l’ultima compagna di Bene, Luisa Viglietti, che non sembra avere nessuna intenzione di lasciarla.
Le cause legali sono quasi finite e le abbiamo vinte tutte. Lei si ostina a rimanere, nonostante sia stata condannata a risarcire in maniera economica, ma si definisce nullatenente. Mi fa un po’ pena. Ma è solo questione di tempo, visto che la legge italiana è un po’ lenta, però prima o poi dovrà lasciare l’abitazione. Rimane in piedi solo la causa della Biennale di Venezia.

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Carmelo Bene e Luisa Viglietti

Ha scelto di mostrarsi in pubblico, dicendo certe cose, anche assurde. Le faceva scrivere sui libri e poi veniva da me a piangere.


Questione spinosa. Carmelo Bene, per due anni direttore del settore teatro, fu accusato di appropriazione indebita per una serie di disegni di Pierre Klossowsky, pagati ben 260 milioni, che furono trovati nella sua casa.
E’ l’unica rimasta ed è a buon punto. Hanno cercato in tutti i modi di accusare me per falsa testimonianza. Ma quando Klossowsky dipingeva c’eravamo solo io e Carmelo. Pensi che gli andavo a comprare i colori e il viso di uno dei bafometti è il mio, più giovane e androgino. Infatti, prevedendo cosa sarebbe accaduto, Carmelo mi chiese di portare a casa mia ai Parioli i documenti di acquisto. Non contenti, hanno accusato Salomè, che è nata nel 1992: come poteva sapere quanto accaduto nel 1988-’89? Però è stato riconosciuto che Carmelo non ha commesso reati ed è salvo il suo onore e la bella amicizia che c’era tra i due.

Per concludere, quanto è forte oggi, secondo lei, la sua influenza nel campo dell’arte?
Bisogna lasciare che le cose si indirizzino da sole e andranno nel modo giusto. Per esempio attraverso agli studiosi, che analizzano il suo discorso e il pensiero, non solo a teatro ma soprattutto  negli scritti. Ho estrema fiducia nella vita e sono certa che il corso della storia metterà a posto ogni cosa. Carmelo sarà collocato all’altezza che merita. E’ stato un provocatore ma non solo: ha mandato messaggi innovativi e profondissimi. Bisogna essere estremamente colti o estremamente semplici per comprenderli.

Gianmarco Aimi

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